Moravia: respiro arte fin dall’infanzia

Il padre, architetto con la passione dei pennelli, si recava ogni anno nella nativa Venezia per trasferire sulla tela certe incomparabili vedute; la sorella Adriana, moglie dell’artista Onofrio Martinelli, era una pittrice affermata e lui, Alberto Pincherle ( universalmente conosciuto con lo pseudonimo di Moravia ) aveva respirato profondamente questo clima tanto da considerare la pittura “un mestiere più attraente, più fascinoso e più originale della letteratura”. Ai numerosi amici artisti aveva riservato articoli sui giornali e presentazioni sui cataloghi delle mostre. Si era interessato nei primi anni ‘30 di Enrico Paulucci e quindi di Carlo Levi; sarà poi la volta di Renato Guttuso e di Giuseppe Capogrossi. Nel 1948 dedicherà un ampio saggio ai disegni di Henry Moore, ammirati nel corso di un viaggio a Londra in compagnia di Elsa Morante, Eugenio Montale e Drusilla Tanzi. In seguito l’elenco comprenderà, tra gli altri, Toti Scialoja, Lorenzo Tornabuoni, Mario Schifano e nel 1986 Piero Guccione e Fernando Botero.

Nell’estate del 1981 ero andato a trovarlo nel suo bell’attico sul Lungotevere col desiderio di parlare con lui anche di questa sua passione. Lo trovai tutto compreso nella stesura di un testo che sperava gli avrebbe permesso di vincere quel Premio Nobel sfuggitogli più di una volta nonostante le numerose nomination pervenute in suo favore all’Accademia di Svezia. A tal proposito mi confessò: “Sto tentando un ultimo romanzo, si chiama 1934, è un rétro: in esso compaiono dei fatti che non poterono che avvenire in quell’anno. Si tratta di un racconto di vita privata che si svolge a Capri. Sono presenti dei riflessi dell’esistenza di allora, soprattutto della ‘notte dei lunghi coltelli’ di Hitler. Il tema è quello del suicidio ovvero se bisogna o no uccidersi in certe circostanze. Il romanzo uscirà l’inverno prossimo: sto dettando ogni mattina alla dattilografa quello che ho scritto il giorno precedente”. Non senza chiedere prima un giudizio a Dacia Maraini che proprio in quel momento lo stava chiamando al telefono.

Per tutta la vita Moravia aveva dovuto combattere contro un paradossale rammarico: gli era toccata la sfortuna di aver raggiunto l’apice col romanzo d’esordio, Gli indifferenti, pubblicato nel lontano 1929, a cui tutti si riferivano ogni volta che usciva un suo nuovo libro: “Quella è stata una sfortuna per molti motivi. Forse il motivo più importante nessuno l’ha mai intuito ed è questo: gli scrittori di solito parlano del passato e io non ho passato perché il mio passato è Gli indifferenti, che esaurì il passato che c’era allora”. A proposito di questo romanzo e di altri che erano seguiti molti critici l’avevano bollato come scrittore borghese. E lui aveva ribattuto: “Lo scrittore lavora col materiale che ha. Se fossi nato in una famiglia operaia avrei parlato degli operai. Però ho anche parlato del popolo…”. D’altra parte è stata anche numerosa la schiera degli estimatori a partire da Giuseppe Prezzolini che lo considerava “l’unico romanziere che abbiamo” e che l’aveva ospitato per alcuni mesi nella Casa Italiana di New York da lui diretta. Ricordava Moravia: “Nel 1935 avevo pubblicato un libro, Le ambizioni sbagliate, di cui nessuno parlò perché il governo fascista aveva inviato ai giornali una velina affinché lo ignorassero. Mi giunse in quel momento l’invito di Prezzolini e decisi di partire ( mi imbarcai sul Rex ) per una sorta di disgusto nei confronti della mia situazione e nei confronti della guerra d’Etiopia. In quegli anni cercavo soprattutto di sopravvivere: dopo il successo de Gli indifferenti su di me era calato il silenzio”.

Gli indifferenti….l’ossessione de Gli indifferenti…..quel nemico suscitato dal suo animo che gli aveva fatto affrontare ogni sperimentazione successiva con una sorta di rassegnazione, di battaglia perduta in partenza. Anche 1934 doveva subire la stessa sorte e il Nobel rimarrà un traguardo irraggiungibile. Così mi congedai da lui sotto lo sguardo corrucciato dello stupendo ritratto a olio che Renato Guttuso gli aveva dedicato anni prima.

è nato a Genova e vive a Pegli con uno sguardo ai monti e uno al mare dal cui contrasto nasce l’ispirazione. Si occupa d’arte contemporanea da più di quarant’anni avendo avuto la fortuna di conoscere e di frequentare importanti artisti come Enrico Baj, Arnaldo Pomodoro e Fernando Botero, tanto per citarne alcuni, cercando di indagare l’intima motivazione del loro gesto creativo da riversare nei testi di presentazione di mostre in spazi pubblici e privati italiani e stranieri. L’incontro con “Arte in” è avvenuto nel 1993 in occasione di una copertina dedicata a Ugo Nespolo. E da quel momento non ci siamo più lasciati.

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