Louvre

 

L’arte al tempo del Coronavirus. La prima brutta notizia arriva da Art Basel Hong Kong: manifestazione annullata. È come una doccia fredda. Il pensiero va alle ripercussioni economiche che la soppressione di una delle più importanti fiere d’arte internazionali potrebbe comportare. Ma la Cina non è poi così vicina, proviamo a rassicurarci. Accantoniamo in un angolo del cervello ogni considerazione nefasta sui rischi della globalizzazione, su una possibile estensione planetaria di una epidemia che fa ammalare persone e tracollare mercati. Roba da fantascienza, da film apocalittici. No, non toccherà a noi. Qualche giorno, e quanto volevamo rimuovere è sotto gli occhi di tutti. Ci ritroviamo a seguire con autolesionismo spasmodico il drammatico computo dei contagiati, che cresce e si espande di ora in ora – oltre 9000 in Italia e 100.000 nel mondo al momento di andare in stampa. In redazione, giungono a raffica mail di disdette di vernissage, eventi e presentazioni di libri. Chiudono i musei (perfino il Louvre) e chiudono le chiese. Chi vuole pregare che lo faccia da casa sua – in questi giorni saltare la messa domenicale non è più peccato; o segua le funzioni officiate in streaming dai frati ipertecnologici della Basilica del Santo di Padova – loro sì che non abbandonano i fedeli.

 

Allora orate fratres, ché la gente fuori dal convento sta andando fuori testa. Prende d’assalto i supermercati e si accapiglia per l’ultima confezione di pasta rimasta sugli scaffali; ha svuotato le farmacie di mezzo stivale di amuchina e mascherine, con il risultato che adesso le si possono reperire solo via internet a prezzi stellari. Non esce, anche se non costretta alla quarantena; diserta ristoranti e bar, evita perfino di incontrare parenti e amici. Si è scatenata una caccia all’untore che riporta nel XXI secolo un clima da peste manzoniana, con persecuzioni irrazionali di cinesi prima e di lombardo-veneti e italiani poi – quelli sani compresi. Servono poco gli inviti di virologi e infettivologi a mantenere la calma: in fondo, il Covid-19 consisterebbe in una sindrome influenzale che provocherebbe meno decessi delle precedenti – tentano di convincere. Eppure, una paura profonda e atavica di morte nera si è impadronita delle menti e dilaga fra i popoli più pericolosamente della stessa malattia. Piazza san Marco a Venezia così deserta, così spettrale, così struggente non l’avevamo vista mai. Riconduce ai versi di Arnaldo Fusinato: “… il morbo infuria/il pan ci manca/sul ponte sventola/bandiera bianca”. Ma eravamo nel 1849, in piena rivolta antiaustriaca, in città si propagava il colera e il poeta, affranto e malato, scriveva dal Lazzaretto. Altra epoca, altra storia, altra patologia, altre conoscenze mediche. Soprattutto, altro finale: se non per ottimismo, per senso della realtà.

Lorella Pagnucco Salvemini

N.d.r. questo testo è stato scritto prima di andare in stampa il 2 marzo u.s.

 

 

nella sua geografia dell’anima ha Venezia, la città natale, nel cuore e la Versilia eletta a buen retiro. Quando nell’adolescenza le chiedevano che cosa avrebbe desiderato fare da grande, rispondeva sicura: viaggiare e scrivere. Così, per raggiungere lo scopo, si è messa a studiare lingue prima, lettere poi. E sono oltre 30 anni che pubblica romanzi, saggi, scrive articoli, gira per il mondo. Ci sono tre cose - dice - di cui non può fare a meno: il mare, la scrittura, il caffè. Ah: è il direttore responsabile di ArteinWorld.

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