Ricordando l’impegno morale e civile di Eduardo De Filippo

L’armonia poetica di Eduardo nascondeva attese, misteri, rivelazioni per molti versi ancora da indagare. Una creatività che nasceva dai pedinamenti più o meno nascosti che il drammaturgo sviluppava nelle vene varicose della sua città, tra le stanze incerte del Tribunale di Napoli. A caccia di una storia, di una battuta, di un sentimento. Per trasferirla tra le pagine dei suoi copioni, per riportarla nell’ immortalità del suo teatro. Ma c’è ancora da indagare, oggi, sull’impegno civile e sociale di De Filippo e sulla tensione morale sempre presente nella sua vita, nel suo universo artistico. Ed un passaggio fondamentale, resta, indiscutibilmente legato alla sua nomina a Senatore. Ci aveva già provato Giovanni Leone, pochi anni prima. Ma Eduardo aveva altro da fare. Il palcoscenico, il cinema, la tv riempivano la sua vita. Non c’era spazio per la politica. Nonostante le sollecitazioni di tanti amici. Giovanni Artieri, giornalista cresciuto con la Serao, saggista e parlamentare dell’epoca, in una lettera quasi inedita a De Filippo vergata 27 marzo del 1974, scriverà come “appare logica e pertinente la tua nomina a Senatore per designazione presidenziale”. Retroscena quasi sconosciuti.

Ma Palazzo Madama resta un segno del destino. Un altro dei tanti esami che non finiscono mai. Così, tutto succede improvvisamente. Il presidente Sandro Pertini deve sostituire in Senato, Eugenio Montale, recentemente scomparso. La notizia trapela sui giornali. La sua attenzione verso il mondo della cultura resta confermata dalla precedente nomina di Leo Valiani, uno storico, un intellettuale della vecchia guardia antifascista. Ora si parla apertamente di Eduardo. Anche Antonio Ghirelli, capo ufficio stampa del Quirinale, fa il tifo per lui. L’attore è perplesso. Venerdì lo chiama personalmente Tonino Maccanico, allora segretario generale della Presidenza. Prova a convincerlo. Eduardo vuol parlare direttamente con Pertini. Passano pochi minuti e arriva la telefonata del Presidente. La voce è nitida, amichevole, convincente. De Filippo confida “Alla fine, ho accettato con gioia“.

È sabato 26 settembre 1981 quando viene nominato senatore a vita. Un riconoscimento vero, autentico verso il teatro come forma di dialogo civile, come strumento di riflessione intellettuale, come palcoscenico delle pulsioni culturali di un Paese. La notizia vola. Gli scrivono tutti. Spadolini, Berlinguer, Moravia, Zavattini, Carmelo Bene, la Proclemer. Ma i complimenti arrivano, attraverso il Corriere della Sera, anche da Strehler. Ma nella sua casella parlamentare si affollano anche le lettere della disperazione, i casi difficili, le vite complicate, soprattutto dalle carceri del Sud. Quel tema del degrado civile, così caro ad Eduardo, così partecipe nelle sue commedie, muta pelle e  si trasforma in una puntuale, doverosa riflessione politica. Il drammaturgo aderisce al gruppo della Sinistra Indipendente.

Dopo due settimane è al Carcere Minorile “Filangieri” a Napoli. Quei ragazzi di vita, per lui, sono un impatto traumatico. Capisce subito che il loro problema non è lì, tra quelle mura, ma fuori dove li avrebbero attesi altre sirene criminali. Li prega, li scongiura a trovarsi nel futuro un qualsiasi lavoro. “ Guardate me – sottolinea – alla vostra età ero come voi, adesso sono senatore “. Continuerà a spendere le sue parole per una Fondazione che, con l’artigianato, ridia risposte agli ex detenuti. Si parlò di un restauro di una fabbrica a San Giovanni a Teduccio. Una battaglia, purtroppo, persa. Ma i ragazzi del Filangieri restarono, fino all’ultimo, nei suoi programmi, nella sua voglia di cambiamento, nel respiro corto di un Mezzogiorno che per lui non doveva abdicare al suo ruolo. Fino alla fine, fino alla sua ultima commedia, fin quando si richiuse il sipario della sua vita.

custodisce mille interessi. Giornalista, saggista, medico chirurgo plurispecialista, ma soprattutto napoletano, il mestiere forse più difficile e complesso. Ama la vivacità culturale, le tesi in penombra, la scrittura raffinata e ribelle. Ma ama anche la genialità del calcio e la creatività dell’arte. Crea le sue rubriche settimanali su alcuni quotidiani nazionali muovendosi sul pentagramma del costume, dei new-media, della cronaca. È stato più volte senatore e parlamentare della Repubblica perché era affascinato da quella battaglia delle idee che oggi sembra, apparentemente, scolorirsi.

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