Due mesi e mezzo di isolamento forzato. La solitudine, all’improvviso. Unici compagni i miei pensieri e il mare, che mi è concesso raggiungere solamente con lo sguardo da una finestra. Mi ritrovo, come fosse la prima volta, a tu per tu con un infinito che profuma di salsedine e ha il suono dello sciabordio delle onde – ora lento, ora fragoroso – a scandire giorni, notti, ore tutte altrimenti uguali. Un tempo che ricorderemo come quello del Coronavirus, della quarantena che sembra non finire mai; quello della lugubre, abnorme lista dei morti, dell’appuntamento al tramonto con la versione contemporanea di un bollettino di guerra. Si contano i caduti, i feriti – i reduci, anche: pochi, troppo pochi. È il trionfo del tempo vuoto. Svuotate le citta e svuotati noi, senza più impegni improrogabili, incombenze incalzanti, faccende da sbrigare, costretti a un romitaggio che non avevamo cercato e che sgomenta. Homo solitarius aut deus aut bestia: Aristotele. Ma non aspiravamo a tanto.

Ci saremmo accontentati di trascinarci nelle nostre esistenze mediocri, contrassegnate dai piccoli egoismi quotidiani, dalle meschinità di qualche cosiddetta buona azione compiuta senza sforzo, bagatelle per mettere a posto la coscienza. Ci sarebbe bastato andare avanti con le misere gioie di possedere qualcosa che ci qualificasse e in cui identificarci: una casa, un abito, un’auto, un cellulare – un amore, perfino. E sempre pronti, poi, a buttare via senza indugio il vecchio per il nuovo, in una rincorsa spasmodica verso un di più, un ancora che non ci avrebbero saziato mai. Ci preoccupavamo di avere, nel timore di confrontarci con l’essere. Ed è arrivato un virus, un organismo invisibile, sconosciuto e crudele a spingerci a fare i conti con noi stessi. Ognuno in cattività reagisce come può, come è capace. C’è chi si sente prossimo a uscire di senno, chi approfitta per mettere ordine negli armadi e nella propria vita.

C’è chi riformula la personale scala di valori e riscopre sentimenti sopiti. Ci sono coppie che fanno figli, altre che non si sopportano più e si lasciano. Penso a quanto siamo fortunati noi che ci intratteniamo con l’arte. La nostra via di scampo è sotto gli occhi. Ci resta pur sempre la possibilità di lasciarci accarezzare l’anima da quei grandi visionari, un po’ folli, un po’ profeti, che sono gli artisti quando davvero grandi. Perché non dare loro direttamente la parola, quindi, o farci tradurre le opere da chi lo sa fare, dai critici, dagli scrittori, dai poeti?

È da queste riflessioni che è scaturita l’idea di un numero monografico di ArtelnWorld dedicato interamente agli effetti del Covid-19 nel nostro settore. Una testimonianza del presente con qualche azzardo sul futuro. Niente sarà più come prima. Forse. C’è da sperare che non venga voglia di imitare Tancredi del “Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa: bisogna che tutto cambi affinché non cambi nulla.

nella sua geografia dell’anima ha Venezia, la città natale, nel cuore e la Versilia eletta a buen retiro. Quando nell’adolescenza le chiedevano che cosa avrebbe desiderato fare da grande, rispondeva sicura: viaggiare e scrivere. Così, per raggiungere lo scopo, si è messa a studiare lingue prima, lettere poi. E sono oltre 30 anni che pubblica romanzi, saggi, scrive articoli, gira per il mondo. Ci sono tre cose - dice - di cui non può fare a meno: il mare, la scrittura, il caffè. Ah: è il direttore responsabile di ArteinWorld.

Related Post