Non chiamatemi Land artist

“Scompare a 84 anni Christo, esponente di spicco della Land Art”.

Se fosse ancora con noi inizierebbe a urlare per una frase simile. Christo si è sempre rifiutato di essere etichettato land artist o esponente del nouveau réalisme, e in effetti aveva le sue motivazioni.

La maggior parte delle opere di Land Art, se pensiamo alle più famose dobbiamo citare The Lightning Fields di Walter de Maria, Spiral Jetty di Robert Smithson, Sun Tunnels di Nancy Holt, passando infine per Dennis Oppenheim e Richard Long, ci accorgiamo che sono tutti interventi duraturi. La riuscita dell’opera non sta nell’eseguire un bel lavoro il giorno dell’inaugurazione, ma dare vita a un’opera che con il tempo riesca a creare un rapporto simbiotico con la natura.

Per quanto l’artista possa essere sensibile, attento e preciso, comunque il suo intervento è un atto di violenza nei confronti del paesaggio, e con gli anni quest’ultimo riconquisterà i suoi spazi e si vedrà se l’opera sarà in grado di armonizzarsi con il mutare della natura. Christo in questo si è sempre distinto dai land artist. Le sue opere non sono mai durate più di qualche settimana.

“Maestro, perché i suoi interventi durano così poco? Con tutti gli anni di preparazione che servono potrebbero anche restare”. Non mi ricordo da chi proviene questa domanda, ma risale a un convegno tenuto da Ca’ Foscari a Venezia poco più di 3 anni fa a cui ho partecipato e ricordo come fosse ieri la risposta di un artista geniale.

“Se le mie opere fossero durature avrebbero un proprietario, ma la mia arte è di tutti, per questo la distruggo”. Una frase del genere ha una portata devastante. L’articolo potrebbe anche finire qui e conterrebbe quanto basta per convincersi della grandezza di uno degli artisti più importanti del secondo ‘900, ma ho bisogno di toccare ancora qualche punto.

L’opera di Christo è l’intervento, non i progetti che si vendono. Quelli servono per finanziare la costruzione dell’opera vera e propria (Christo non ha mai chiesto l’intervento di sponsor, banche etc., si è sempre finanziato da solo ogni suo lavoro, e di questo ne era molto orgoglioso) ma non rappresentano un pezzetto dell’artista così come può esserlo un semplice quadro. Il progetto è uno strumento sia organizzativo sia finanziario.

Questo non significa che i collezionisti di Christo debbano sentirsi presi in giro, loro comunque possiedono una testimonianza rilevante. Vivere Christo non è possedere un suo quadro, ma camminare sulla passerella al Lago d’Iseo, passare sotto un Gate, vedere il Reichstag impacchettato. Christo offre la possibilità a tutti di vivere allo stesso modo la sua arte e solo ad alcuni di contribuire a realizzarla.

Ultimo punto. Christo non è solo “quello degli impacchettamenti”, anzi, se facciamo un conteggio veloce ci accorgiamo che sono di più le opere che utilizzano altre formule di svolgimento piuttosto che quelle in cui impacchetta gli edifici e i monumenti (Mastaba, Valley Curtain, Running Fence, The Gates, Umbrellas, Floating PIers etc.). L’impacchettamento in sé è un argomento importante, senza dubbio, ma che negli stessi anni anche altri artisti, come Dennis Oppenheim, stavano sperimentando.

Quindi non possiamo ridurre tutto il contributo di Christo a quest’unica azione altrimenti non ci spiegheremmo la sua presenza in tutti i maggiori musei d’arte contemporanea al mondo e in tutti i libri che trattino il ‘900. Lui ha avuto una dote che pochissimi artisti in questi ultimi anni sono stati in grado di dimostrare. Ovvero riuscire a operare contemporaneamente su due livelli. Un livello medio-basso comprensibile anche ai meno esperti e basato su una componente scenografica e performativa eccellente e un livello più alto in grado di soddisfare anche i più pretenziosi. È per questo che Christo era come Re Mida per i luoghi in cui interveniva e sempre per questo che veniva osteggiato da molti invidiosi.

Per me resterà sempre un gigante e conserverò con grande gelosia alcune foto con lui.

crede profondamente nell’equivalenza arte=vita e vorrebbe “fare della propria vita come di un’opera d’arte” per dirla alla D’Annunzio. Si è laureato in conservazione e gestione dei beni e delle attività culturali a Venezia e sta completando una specializzazione in storia dell’arte contemporanea. Gestisce uno spazio televisivo dedicato alla divulgazione dell’arte contemporanea su OrlerTV, ama seguire da vicino artisti italiani emergenti di cui cura mostre e testi critici ed è accanito sostenitore di ARTEiNworld. Oltre all’arte gli piace anche il cinema e bere birra, di cui è raffinato intenditore, ma forse di tutto questo sa fare bene solo l’ultima.

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