Il film di Schnabel su Van Gogh

Il film di Schnabel su Van Gogh visto con gli occhi di Cesare Orler:

Vincent alle porte dell’eternità
Ad affollare la sua mente la natura e la follia

Abbiamo la fortuna di avere un titolo che è stato mantenuto nella versione inglese e c’è un motivo: bisogna partire da lì.

Una sola volta durante il film viene usata l’espressione del titolo, ovvero quando Vincent dice che guardando una pianura gli si aprono le porte dell’eternità.

Perché la frase è rilevante? Ci indica la chiave di lettura principale per interpretare la pellicola: il rapporto tra van Gogh e la natura.

Molti sono usciti scontenti e delusi, si aspettavano la solita proiezione sul pittore che dipinge, le fasi di lavorazione del dipinto, la difficoltà iniziale nel trovare l’ispirazione e nel comunicare etc.: la solita ricetta che viene proposta per questo genere di film. Ma l’artista che conosciamo oggi è frutto di una critica che l’ha metabolizzato una volta morto, quindi una pellicola sulla vita di van Gogh non può riguardare il genio matto e incompreso: significherebbe partire dall’idea (anacronistica) che sia già un grande della storia dell’arte.

Julian Schnabel non mette in scena l’artista, mette in scena l’uomo.

Un uomo il cui punto di vista si immedesima fin da subito con il nostro attraverso delle riprese in soggettiva davvero suggestive. Non usa la steadycam per riprese lineari e pulite, ma la camera da spalla (da qui l’andamento incerto e a sbalzi), in modo da creare un travelling che riporti la fatica del percorrere tutti i giorni quei campi e quelle salite per raggiungere il punto perfetto da cui dipingere il paesaggio. Il contatto con la natura viene enfatizzato attraverso alcune sequenze da capogiro. Dalla scena in cui Vincent, sdraiato per terra, si fa cadere della terra sul viso, alle inquadrature dei suoi passi e della vegetazione che cambia sotto i piedi alle mani che sfiorano l’erba alta. A queste si alternano le panoramiche e i campi lunghissimi a incorniciare spazi che si perdono a vista d’occhio dove l’uomo, minuscolo, sembra scomparire per diventare una parte del tutto ed entrare in simbiosi con la Terra.

“La natura è bellezza”, “Dio è natura”, “Per dipingere la natura bisogna amarla”, “Io dipingo la mia natura”. Lui amava perdutamente quanto dipingeva e, infatti, riusciva a far percepire quel trasporto che solo gli innamorati possono vantare.

Con la natura il rapporto è alla pari, sia per la quantità di schermo lasciata ai due soggetti sia per la completezza dei punti di vista che fanno percepire un’immersione totale (dall’alto, dal basso, laterale, frontale); mentre cambia quando Vincent si rapporta alle figure non familiari che incontra, in quei casi la sua soggettiva è dal basso verso l’alto, come se lui venisse sempre schiacciato e considerato inferiore o debole, il tutto crea un universo di personaggi a lui ostili.

Nel corso della narrazione, la vista gli si offusca sempre più, sintomo dei suoi attacchi, dell’abuso di alcool e degli occhi gonfi di lacrime. A questo si aggiungono le frasi che si ripetono ininterrottamente nella sua testa, creando un loop di ricordi che sfocia in un turbinio incontrollabile di emozioni.

Questi demoni interiori (di cui parla con il medico dicendo che avverte una presenza che vuole affondare una lama nel suo cuore) si concretizzano in tenebre, viste sullo schermo sotto forma di black screen in cui si sentono solo le considerazioni di Vincent: monologhi immaginari ad occhi chiusi.

Due dialoghi sono davvero degni di nota.

Quello con il medico, in seguito al taglio dell’orecchio, in cui si vede un montaggio a schiaffo che inquadra frontalmente i due interlocutori, lasciando la cinepresa nell’asse che li unisce.

Lo spettatore si sente quindi sia paziente che dottore e nel primissimo piano di Vincent, con quella parete gialla che allude alla sua psicosi, l’interpretazione di Defoe raggiunge il suo apice.

Il secondo è quello con il prete. Si rivelano gran parte delle ossessioni del protagonista attraverso una serie di confessioni che lasciano interdetto l’ascoltatore. “La mia pittura è per quelli che verranno”, “In vita si semina, ma si raccoglierà dopo”.

Queste frasi forniscono la spiegazione di una delle ultime inquadrature.

Vincent sta camminando in un campo, con un braccio che oscilla vistosamente e l’altro vicino alla pancia. Sembra la ricomposizione filmica della sua celebre opera Il seminatore, ma anziché tenere in mano i semi, si stringe la ferita da foro di proiettile. È l’ultima scena in cui lo si vede con la “sua” natura, mentre sembra stia proprio seminando.

Il long shot finale va letto alla luce di un’altra frase che lui pronuncia in seguito a una critica riguardo al suo modo sgraziato di ritrarre un vaso di fiori, “Questi fiori appassiranno, i miei dureranno più a lungo”.

Vincent è dentro la bara aperta, collocata sopra un tavolo attorno a cui le persone si contendono le sue opere e nessuno alza mai lo sguardo verso la salma, eccetto suo fratello Theo. È come se fosse un’apparizione che risulta invisibile a chi ha iniziato a considerarlo soltanto post mortem, e visibile a chi a creduto in lui già in vita.

È qui che appassisce la vita dell’uomo: Vincent.
È qui che inizia la vita dell’artista: van Gogh.
Ma quello, magari, sarà un altro film.

Cesare Orler

Related Post