Venezia – Mestre: il nuovissimo Museo del ‘900

COME NELLA NAVICELLA DI STAR TREK

Una via di mezzo tra una composizione Lego e il museo della Shoah di Berlino con quelle finestre che si aprono sulla superficie policroma come ferite saettanti. Il risultato? Il recente Museo del ‘900 di Venezia – Mestre (M9).

Entrando si sente ancora il profumo di nuovo, tutto in ordine, tutto pulito, tutti sorridenti.

Sembra il paese dei balocchi.

Il suo arsenale può vantare le tecnologie più avanzate e all’avanguardia, ma ci si rende conto in fretta che sono caricate a salve.

Una via di mezzo tra una composizione Lego e il museo della Shoah di Berlino con quelle finestre che si aprono sulla superficie policroma come ferite saettanti.
Una via di mezzo tra una composizione Lego e il museo della Shoah di Berlino con quelle finestre che si aprono sulla superficie policroma come ferite saettanti.

L’ambizione è quella di dare vita a un polo museale che, attraverso un approccio multidisciplinare, analizzi ogni singolo aspetto dell’evoluzione degli italiani nel corso dell’ultimo secolo. Il primo piano è il tripudio dell’esperienza immersiva multisensoriale. Si entra e un buio pesante fa risaltare gli innumerevoli pc, schermi touchscreen, sensori di pressione su piattaforme collocate a terra, cuffie, joystick, proiettori, specchi, coni ottici sul soffitto, sensori di movimento. Il confronto farebbe chinare il capo pure all’Apple Store di New York. La sensazione iniziale è lo stupore. Si vede qualche video, si prova un gioco dove uno schermo acquisisce la foto del nostro volto e il programma ci veste secondo le varie mode degli anni ’20, ‘30, ‘40 etc. poi si mettono gli occhiali per vivere l’esperienza della realtà aumentata e, infine, ci si rende conto che provarli tutti significherebbe trascorrere svariate ore davanti agli schermi, rischiando di avvertire un contrasto respingente verso quei contenuti meno interattivi, ma essenzialmente più veri e culturalmente più solidi, che si possono esperire leggendo le didascalie.

Se questo piano non fosse stato sufficiente a rendere l’idea, il secondo chiarirà ogni dubbio: è la ricostruzione pedissequa della USS Enterprise, la navicella spaziale di Star Trek, solo un po’ più buia. Le tematiche trattate spaziano dalla geografia culturale alla religione, dalle migrazioni all’alimentazione, dalla politica agli impieghi lavorativi in un excursus che frammenta le nostre origini per ricomporle in un’immagine meno sfocata e più cristallina. Questo approccio socio-antropologico si dissolve e si azzera con l’eccessiva presenza di videogiochi e attività che trasformano l’ambiente da luogo di arricchimento a luna park. Vedere comitive di ragazzini che si sfidano con l’Xbox per ottenere i punti sufficienti a sbloccare i premi che si affollano sugli scaffali del bookshop è una triste immagine che adombra quanto di positivo visto finora.

Con gli occhi affaticati, si giunge al terzo e ultimo piano dove la nostra fotosensibilità darà cenni di cedimento a causa dei soffitti bianchissimi e dei pannelli in legno color frassino. Il curatore Denis Curti riesce a risollevare le sorti di questo percorso di visita, mettendo in rassegna 24 fotografi di fama tra cui Gianni Berengo Gardin, Ugo Mulas, Maurizio Galimberti, Luigi Ghirri, Mimmo Jodice e Massimo Vitali, fornendo un ritratto completo e accurato delle mode, dei gusti, dei paesaggi e dell’intera cultura visuale del secolo scorso. Curti domina un piano open space potenzialmente dispersivo e riesce a catturare efficacemente il pubblico attraverso un itinerario logico e coerente. Nel complesso è un museo con un potenziale smisurato, senza eguali in Italia per quanto riguarda l’apparato multimediale di cui dispone. Ma non ha le idee chiare sulla sua identità. Scimmiotta il padiglione dell’Onu dell’Expo di Milano e non convince.

Cesare Orler

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