Velvet Buzzsaw il film di Dan Gilroy

LO SGUARDO IMPIETOSO DI DAN GILROY
BELLI, RICCHI E CATTIVI 

“Non vendiamo beni che durano, smistiamo percezione. Sottile come una bolla di sapone”.

La citazione tagliente di Velvet Buzzsaw evidenzia l’ambiguità e la corruzione dell’art-system contemporaneo.

Presentato come un horror che mescola sapientemente elementi già utilizzati dallo stesso genere, il film di Dan Gilroy, su Netflix dall’1 febbraio, è in realtà una satira pungente, che prende di mira le figure dominanti il mondo dell’arte.

Morf Vandewalt (Jake Gyllenhaal) è il critico più autorevole sulla scena; Josephine (Zawe Ashton), la sua amante, è l’assistente spietata della potente gallerista Rhodora Haze (Rene Russo). Vetril Dease è l’artista maledetto, con un passato oscuro segnato da misteriosi omicidi e turbe psichiche. La cornice è Los Angeles, città che si mostra, in modo non molto dissimile dalla realtà, come un luogo popolato da persone che hanno venduto l’anima a denaro e vanità. La pellicola comincia con una ambientazione a Miami Art Basel, mostrandosi come una delle poche, se non l’unica, che guarda così da vicino l’ambiente pomposo e chic delle fiere d’arte. Si raccontano le terribili vicende che porteranno alla dannazione degli ambiziosi protagonisti. Questi ultimi si impossessano delle opere di Dease, appena deceduto, per trarne profitto, nonostante Josephine fosse a conoscenza della volontà dell’artista di distruggere tutti i suoi quadri. Si evidenziano due aspetti, che giocano un ruolo rilevante: la visione, un po’ americana e romantica, del pittore che acquista prestigio solo dopo la sua morte e l’idea che trovare dei dipinti vicino a un cassonetto e portarli in prestigiose galleriae sia di per sé una scelta vincente. Sicuramente il valore di questi autori, che arrivano al successo un po’ per caso un po’ per fortuna, non è destinato a durare, in contrapposizione con quegli affermati, che invece portano avanti una ricerca, perdendosi nelle richieste di produzione costante da parte di galleristi e collezionisti e nel successo che annebbia l’ispirazione. Caratteristiche che ritroveremo nell’artista in carriera, Pierce (John Malkovich), a dimostrazione che l’autore espressionista alla perenne ricerca di sé è invece vincente.

Il risultato è la dissacrante rivelazione del sottile gioco di potere che si cela dietro galleristi senza scrupoli, assistenti vessate, critici smorfiosi, ricchissimi clienti e artisti incompresi. Velvet Buzzsaw getta un’ancora di salvezza a chi crede che l’arte possa ‘salvare il mondo’, con un altro personaggio oscuro e maledetto: Gretchen (Toni Collette). “Sono venuta al museo perché davvero credevo di poter cambiare il mondo con l’arte, ma i ricchi si prendono tutto, tranne le briciole”, confessa a Morf giustificando la sua decisione di diventare art-advisor, rinnegando l’idea pura dell’arte.

Proprio in opposizione a tutto questo, Dan Gilroy disegna l’idea dell’artista virtuoso: il vecchio Pierce, che si allontanerà dalla scena per un po’, e lo street-artist Damrish, che resterà fedele al collettivo cui è sempre appartenuto. Entrambi incarnano l’idea che l’arte non possa essere messa a disposizione del business. L’arte è prima di tutto per se stessi, una pulsione svincolata dalle regole del mercato, un’attitudine innata. Emblematico il discorso che Rhodora, la gallerista senza scrupoli, suggerisce a Pierce : “La dipendenza spesso uccide la creatività. E la creatività gioca sempre con l’ignoto. Non esiste strategia al mondo che possa racchiudere lo sconfinato reame del nuovo. Solo la fiducia in noi stessi può farci superare la nostra paura e tutto ciò che è già noto”.

In sintesi, il messaggio di Gilroy mette in luce come l’arrivismo e la corruzione siano condannati a morire, a disperdersi nel nulla, mentre la creatività e l’arte per l’arte siano destinati a trionfare consacrati nell’eternità.

Antonella Piazzolla

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