Jacomo Tintoretto, San Rocco risana gli appestati, Venezia, 1549 - Copia

E la storia sta a guardare

Per fortuna l’arte è dalla nostra: quella con la A maiuscola e anche quella senza, con quel suo essere da sempre specchio sincero delle spinte propulsive di quella stessa società di cui è espressione. Ci dovrebbe bastare, dovrebbe rassicurarci tutti. Eppure è un dato di fatto: la drammatica situazione che stiamo vivendo in queste settimane potrebbe portare a un cambiamento epocale, salvifico per alcuni, disastroso per altri. Ma si sa, il mondo è per metà all’ombra: e tutto dipende da dove noi pensiamo di essere. Iniziamo però tranquillizzando il lettore: il COVID-19 non è la peste. In un’epoca – la nostra – che al momento e a maggior ragione potremmo definire asettica, la peste non è fatta per noi poiché non vi sono le condizioni perché questa si sviluppi. Diverso il caso del nostro virus, dalla fisiologia violentemente sociale. Ma in entrambi i casi, la società si sta trovando/si trovò a fronteggiare un’emergenza su scala globale alla quale non è o non era minimamente preparata. Ne sono riportate le tracce nei documenti, negli annali, nei resoconti, nelle cronache ufficiali e amatoriali, autografe e apocrife, badando a raccontare gli eventi per quello che furono.

Mentre taluni anni – alcuni, in particolare – hanno fatto da spartiacque tra un prima e un dopo: ed è ciò che molti di noi vanno già dicendo per questo sventurato 2020. Il 1576 fu uno di quegli anni – la grande febbre pestilenziale di Venezia si portò via un quasi novantenne Tiziano, risparmiò il Tintoretto ma si protrasse fino a quello successivo, quando Palazzo Ducale venne completamente distrutto da un incendio. Così come il 1630 – che noi ricordiamo nelle pagine di Alessandro Manzoni e nel suo resoconto puntuale e calibrato, attento e documentato della mortifera, violentissima pestilenza che annichilì Milano e il suo esteso ducato (strana coincidenza). Ma è il 1348 l’anno che colpisce più di tutti, l’anno della pandemia di peste più devastante che l’uomo avesse conosciuto sino a quel momento – e anche dopo – tanto da meritarsi il celebre appellativo di Morte Nera: su una popolazione di circa 80 milioni di abitanti, l’Europa in piena età comunale ne perse in un triennio scarso (1346-49) tra i 20 e i 25 milioni. Fulminea, democratica, irriverente, colse impreparata una società che dialogava quotidianamente con la morte, comunque industriosa, votata agli scambi, ai viaggi, alla curiosità religiosa e superstiziosa allo stesso tempo, lontanissima da quell’idea di Medioevo che ancora raccontano e che osservava il futuro con un crescente ottimismo.

La peste arrivò nella nostra penisola e da qui in tutto il continente portata dai mercanti italiani di ritorno dalla Cina (altra strana coincidenza), trovando una situazione culturale, sociale e igienica meravigliosamente allettante: e in pochi mesi fece capire che le volte precedenti erano state niente al confronto, tanto che la cultura dell’uomo del tempo mutò più rapidamente del previsto. Non fu un caso infatti che, proprio a partire dal 1348 e dagli eventi dei pochi anni successivi, l’espressione danse macabre fosse entrata così rapidamente nell’uso comune di molte delle lingue europee, in relazione a un nuovo soggetto iconografico che l’arte tutta stava preferendo – una danza serrata tra uomini e scheletri – rispetto a soggetti canonici e di buon augurio quali Madonne, Sacre Famiglie o Santi tipici del secolo precedente, a dimostrazione di un rapporto con la morte molto più profondo della semplice familiarità. Come non può essere stata una fortuita coincidenza che, in una Firenze ormai in ginocchio, Giovanni Boccaccio ricorresse a tutte le sue conoscenze di letteratura occidentale e, soprattutto, orientale per dar vita al suo Decameron, figlio di quei terrificanti momenti sebbene terminato tra il ’50 e il ’53. Causa-effetto, dunque: a una sorte violentemente avversa, a una condizione d’impotenza per la quale non allo Stato o alla medicina ma alla Fede – oltre che alla fortuna – l’uomo del tempo poté guardare con un minimo di speranza, quella stessa società al collasso seppe rispondere con una forza di pari portata che invase ogni campo del fare e del sapere, tanto che sono in molti a spostare a quegli anni il seme del riflesso umanista.

Arte e letteratura, al pari di tutti gli altri settori, rigenerarono l’idea che l’umanità potesse sopravvivere anche in condizioni estreme, uscire dall’oscurità e riproporsi positivamente con una forza rinnovata, regolando l’immagine che ancora oggi noi ne possediamo. Semmai quindi gli eventi che stiamo tumultuosamente vivendo avranno la facoltà di mutare per sempre i nostri animi; e semmai tali eventi saranno in grado di garantirci nuovi spunti di riflessione, nuove energie e nuovi stimoli, oltre a una grande volontà di riemergere dalle ceneri, allora forse potremmo dire di aver superato il periodo buio e accettare che il sacrificio dei troppi abbia almeno contribuito a questo cambiamento. Persino in arte: poiché è da aspettarsi qualcosa di strabiliante, qualcosa di epocale, qualcosa di mai visto. Per lo meno un po’ più intrigante della solita e maltrattata Lisa del Giocondo che già ora indossa la mascherina: dunque incrociamo tutti le dita mentre la storia, curiosa, ci osserva dalla finestra.

Francesco Raffaele Mutti. Nasce a Milano ma vive in Toscana sin dalla tenera età, dove ha imparato a portare rispetto al mare e al fatto che fosse sempre a portata di mano per un consiglio o per una riflessione. Da grande voleva fare il calciatore e ci stava riuscendo: parlando però con un suo compagno che gli chiese cosa facesse durante il tempo che non passava con il pallone attaccato ai piedi lui rispose: “Studio. Soprattutto di notte”. Da lì la sua passione per la conoscenza che è, prima di tutto, curiosità. A 360 gradi. Ama alla follia la musica di Prince, l’animazione giapponese, il cinema tutto, la letteratura classica, il teatro di Shakespeare e quella cosa bizzarra che sta sotto il nome di “arte”. Si occupa di contemporanea perché crede che sia più importante la gallina di domani piuttosto che un solo uovo oggi. Un giorno incontrò Carlo Pepi che, parlando con quella sua voce sussurrata, gli si rivolse dicendogli: “Tu hai il bernoccolo dell’arte”. E ci ha creduto senza fare domande. Vive in macchina, in giro per l’Italia, convinto che la curiosità raramente abbia fissa dimora.

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