Edward Burtynsky, Anthropocene, Göttingen, Steidl, 2019 (seconda edizione)

Confinati nelle nostre case da un male invisibile e onnipresente – come invisibili e onnipresenti sono le ansie, le paure e le speranze che ci stringono in inedite forme comunitarie con le persone che vediamo suoi balconi, negli appartamenti del palazzo di fronte al nostro, per strada con il volto coperto da una mascherina – può essere utile riflettere su un messaggio che l’ambiente ci sta lanciando. Un messaggio che, è bene osservare, non ha un’esclusiva valenza morale, economica, politica, ma sussume tutte queste sfere nel più stretto orizzonte della necessità.

Si dice che fra le cause del passaggio del virus dall’animale all’uomo ci sia la deforestazione, con la conseguente ricerca di nuovi habitat da parte di specie con le quali non siamo soliti entrare in contatto, spesso più vicine di un tempo agli insediamenti umani. Certamente, uno straordinario veicolo di diffusione è l’alta densità abitativa delle zone colpite. Ne risulta che, a manovrare inconsapevolmente le fila di questa pandemia, ci sia la mano umana. La stessa mano con la quale, in queste lunghe ore di incertezza, ci accingiamo a scrivere un nuovo capitolo di un libro che potrebbe essere intitolato “Cronache dall’Antropocene”.

La nozione di Antropocene è diventata di pubblico dominio all’inizio del nuovo millennio grazie al premio Nobel per la chimica Paul Crutzen. Il termine indica l’attuale era geologica, in cui l’azione umana ha conseguenze sull’ambiente che è più che lecito definire catastrofiche, con l’etimologia del termine ad indicare un rovesciamento, almeno apparente, dei rapporti di forza fra noi e la natura. In particolare, nuovi fenomeni di origine antropica come l’urbanizzazione, l’estrazione di idrocarburi, la deforestazione, le emissioni di CO2, l’inquinamento e l’esplosione demografica starebbero conducendo ad uno sconvolgimento radicale della biosfera, producendo fra l’altro la sesta grande estinzione di specie viventi della storia del nostro pianeta, tutt’ora in atto.

Fra scenari post apocalittici con vista su metropoli in rovina, grazie a film, fumetti, serie televisive e videogiochi, quest’estetica della catastrofe ci è diventata familiare. Eppure, per essere fruita, la minaccia ha bisogno di essere trasfigurata, in modo orrorifico dalla grottesca e stolida faccia di uno zombie che cerca di mangiarci vivi, o ironicamente attraverso una testata nucleare che viene cavalcata da un cowboy, che però non si accorge di quanto le sue virtù virili vengano sminuite dalla pesante mole dello strumento di distruzione di massa. Senza ricorrere ad alcun tipo di trasfigurazione, Anthropocene – un progetto artistico multidisciplinare condotto da Edward Burtynsky, Jennifer Baichwal e Nicholas de Pencier che prevede una raccolta fotografica, una mostra itinerante, un documentario e un sito internet interattivo a scopo educativo – ha il merito di far emergere questa contemporanea estetica della catastrofe dalle strette maglie dell’immaginario folkloristico in cui è stata rinchiusa negli ultimi decenni. In altre parole, questo progetto e, in particolare, questo libro ci mostrano la catastrofe in atto, attraverso l’azione dell’uomo nelle foreste pluviali indonesiane, nelle cave di Carrara, nelle periferie indiane ed americane, per come essa è realmente. E l’aspetto sconvolgente, esulando dai dati più specificatamente morali e politici, è che questo ha delle conseguenze estetiche rilevanti. Perché, per citare solo una piccola parte dell’ampia raccolta presente nel volume, nelle fotografie di Burtynsky, il mar de plástico in Almeria sembra un intervento di Christo, le grandi discariche colme di lattine compresse ricordano le accumulazioni di Arman, le aree agricole irrigate ad acqua fossile nella penisola arabica possono essere accumunate a quadri di Mirò, fino alle sconvolgenti immagini delle pile di avorio bruciate in Kenya nel 2006 per contrastare il bracconaggio di elefanti e rinoceronti, che rimandano ad un rito funebre sinistramente privo di religiosità. Sembra quindi che, da un lato, la mano dell’uomo stia imprimendo sull’ambiente il proprio segno che, in un’involontaria quanto inconscia idiosincrasia tipica della nostra specie, trasforma via via il nostro habitat in un ready made. Dall’altro, però, è come se l’arte tutta, dalle sue forme più astratte a quelle più concrete, avesse già intravisto, prefigurato e forse sognato questo cambiamento. Ancora una volta a conferma del fatto che, per quanto sembri futile, ed occorre ripeterlo oggi più che mai, nel pieno di un’emergenza sanitaria, l’arte è necessaria per capire non solo il nostro passato e il nostro presente, ma anche il nostro futuro. Perché, come voleva Walter Benjamin, la storia dell’arte è una storia di profezie.

 

 

traduttore per diverse case editrici italiane, collabora con ARTEiN World per la recensione dei più interessanti libri d’arte pubblicati all’estero e ancora inediti in Italia.

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