Quando la povertà ci faceva coraggio

L’isolamento coatto crea nevrosi, se prolungato, come ebbe a dire un secolo fa G. Bruckher dopo un lungo studio sulle carceri, provoca reazioni di tipo diverso: dal senso di rivolta a una sorta di voglia di rivalsa verso amici e nemici. Vero, ma qualche volta fa riscoprire vecchi compagni di viaggio o d’avventure, quasi dimenticati. Mi telefona Mario Cuomo, cugino dell’altro Cuomo, quello neworkese anche lui a tu per tu con Covid-19. Senti, dice, come se ci fossimo lasciati il giorno prima, tu che sei più vecchio di me, te la ricordi l’Asiatica? Pandemia se non sbaglio, con un bel po’ di morti: io ero bambino ma tu adolescente. Non voglio sapere come successe, voglio sapere in che stato riuscimmo a vivere dopo.

Prima di tutto ben ritrovato. Certo che la ricordo, era il 1957, fece milioni di morti, una dozzina, se ben ricordo in tutto il mondo, e decine di migliaia in Italia. Posso farti una sintesi: si moriva, si guariva, si seguitava ad andare a scuola, la gente andava regolarmente in fabbrica e in ufficio, i cantieri drizzavano le loro gru, la politica seguitava a interessarsi della politica, e ricordo perfettamente che con la scuola andammo ad ascoltare una conferenza sulla possibilità di formare un’Europa Unita, idea per alcuni impossibile, per pochissimi altri assolutamente necessaria. A fine conferenza ci furono non pochi oppositori all’idea. Noi liceali eravamo favorevoli.  Anche cinema e teatri continuarono a fare il loro lavoro e i medici, bastava un colpo di telefono e arrivavano a casa con la loro caratteristica valigetta dove c’era il prêt-à-porter della sopravvivenza. Mio nonno l’aveva presa l’Asiatica e sopportava oltre alla febbre anche le mie battute doppiosenso sul fatto che doveva vergognarsi alla sua età a portarsi a letto le asiatiche. Il dottor Amleto Cavacicchi, morto ormai da un paio di decenni, faceva la sua visita quotidiana, prendeva il caffè con la mamma, parlava di penicellina, una merce ancora rara nel mondo degli antibiotici che stavano arrivando. E che si trovava anche di contrabbando al mercatino di Livorno.

Certo la gente moriva, ma per lo più moriva nel suo letto, in casa sua, con il conforto dei familiari; i cimiteri funzionavano regolarmente, e  tutte le chiese erano aperte. Nessuno, né politici né sanitari pensò a fare dell’Italia un lazzaretto di coatti in attesa di vivere o morire. Gli ospedali non furono assaltati, non si mobilitò la protezione civile che non c’era e nessuno seminò il panico nelle città, ordinando perentoriamente di farsi coraggio. Niente slogan patriottici. Vero è che le notizie avevano una diffusione molto limitata: i giornali del mattino, che non strafacevano, la televisione in bianco e nero coi mezzibusti che informavano quanto bastava, senza imbastire dibattiti di ore fra disfattisti e positivisti. Destra, sinistra e centro litigavano come al solito. La malattia era una cosa e il Paese un’altra. Nessuno osò sospendere pro tempore le regole di vita democratica con il motto “prima di tutto viene la salute”. Nessuno chiamò gli italiani a difendere gli italiani, fu una cosa spontanea ci difendemmo fra noi spontaneamente. Ma va detto che eravamo diversi, che fu una cosa tutta diversa: eravamo usciti dal dramma della guerra, ancora fresco nei fatti e nella memoria, eravamo poveri, i porti non erano assaliti da migranti in arrivo, ma da italiani in partenza, il sud veniva al nord, tutto era raro e caro: dal droghiere c’era il libretto del debito da ripagare mese mese, e così era  per altri generi di prima necessità.

Ne uscimmo con grande dignità, senza chiedere elemosine ma lavorando sodo. E avemmo anche una grande fortuna: stavano arrivando gli anni del boom economico che ci portarono rapidamente a essere uno dei pochi paesi più industrializzati del mondo. Che ci hanno portato fino a oggi, affacciati alle finestre su strade deserte in città come colonie penali, controllati ai nostri stessi telefonini, dispetto della privacy, disavvezzi alla povertà, eppure ormai faccia a faccia con un  paese che nel tentativo di sopravvivere, spende, con giustificazioni cervellotiche, danari che non ha.

C’erano è vero un po’ di fake.  Si sparse la voce che la malattia si curava con il “Fungo cinese”, una sorta di fungone custodito in un vaso da pesci rossi in acqua d’un marrone sospetto. A migliaia se la bevvero quell’acqua. La fortuna di allora fu anche che la burocazia era ancora giovane e non aggravò i problemi.

Cuomo, da buon ex parlamentare mi ha ascoltato in silenzio e alla fine si è dichiarato soddisfatto della mia storia dell’Asiatica. Ma non delle mie previsioni.

È un lettore non un bibliofilo. La cosa migliore che ha fatto - dice - è stata dirigere “La Nazione”. Lo rifarebbe. Come inviato speciale ha girato il mondo, con pioggia o sole. Ricorda con feroce rimpianto quando fu dirottato nei cieli dell'America Latina, fu lì lì per essere eliminato, o quando con il collega Sarchielli fu prigioniero dei “ragazzi” di Pol Pot. Li salvarono i vietnamiti, crederci o no, e non dimentica mai una notte di morte con la Fallaci, in Piazza dei Martiri a Beirut, fu quando vide due lune. Ha chiacchierato con gran piacere con Nelson Mandela, Yasser Arafat, Giáp imparando molto. Ha scritto tanti libri - troppi secondo lui. Preferisce ricordare il primo: “La luna di Harar” su Rimbaud in Africa e l'ultimo su Oriana Fallaci: “Cercami dov'è il dolore”. Ha circa ventimila volumi, incerto se bruciarli personalmente o farli bruciare da chi gli succederà. Li ha consultati tutti. Forse anche una sola pagina, quella che gli serviva, ma tutti. E seguita a farlo perché invecchia continuando a imparare come sosteneva Mimnermo: gheràsco d'aèi pollà didascòmenos. Scrive perché non sa fare altro, ma solo se ne ha voglia. Si limita a citare soltanto “La Nuova Antologia” di Spadolini, “La Nazione” e ovviamente “ARTEiN World”. Gli altri, tipo “Il Post”, non contano.

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