Per uno scrittore – o per chiunque comunque si diletti con la scrittura in genere – sarebbe salutare ogni tanto riflettere sulla natura strutturale della letteratura, sia questa cronaca, narrazione o poesia. Ed è per questo che, quando non si sa che pesci prendere, è sempre buona regola affidarsi alle cinque fondamentali domande che dovrebbero rappresentare l’ossatura della nostra prova: e cioè chi, dove, come, quando e perché. Nella frase che segue – “sono molte le cose che possono venire in mente quando si è in fila per fare la spesa” – sono rispettate. Come è veritiera l’affermazione, soprattutto in questo drammatico momento in cui l’approvvigionamento settimanale è una delle rare occasioni in cui possiamo tornare ad affacciarci al mondo esterno.

Per esempio, dopo una clausura forzata, dovrebbe essere naturale voler osservare le strade, gli alberi, le case, il paesaggio come se fosse la prima volta, o godere di un pomeriggio assolato che riscalda il volto per metà coperto dalla mascherina, nel silenzio generale di una società che si è dovuta fermare in attesa di scoprire come debellare un nemico invisibile. Invece è facile accorgersi che, neanche in questo frangente, le persone sanno rinunciare a quello che dovrebbe essere al momento superfluo, per quell’uso smodato che già ne fanno all’interno delle pareti di casa: cellulare alla mano, quindi, sono tutti in chiamata, ai messaggi o alla consultazione di qualche pagina web con le ultime notizie, gesti indispensabili per ingannare l’attesa di un tempo che pare infinito e inconsapevoli che, una volta rientrati, le cose non saranno cambiate di molto.

Vale la pena riflettere su questa nostra propaggine tecnologica, estensione della nostra persona non più soltanto virtuale e alla quale mai rinunceremmo pena il disonore, al pari del bastone da passaggio per la società dabbene dell’età vittoriana o le due spade (uchigatana e wazikashi) per il samurai giapponese di epoca edo. Sì, sono davvero tante le cose che possono venire in mente mentre si è in fila al supermercato: come tutte le cose che prima avevamo date per scontate e che invece, adesso, riempiono le nostre giornate al fine di non farle sentire inutili. Adattarsi al momento e districarsi tra i fornelli potrebbe essere un produttivo oltre che salutare passatempo; così come rileggere finalmente un buon libro (un consiglio? Da tempo “I Promessi Sposi” attende impaziente sullo scaffale delle nostre librerie, attuale oltre ogni altra immaginazione: e forse sarebbe l’ora di ridare al racconto una chance); o occuparsi della propria passione, siano queste le serie tv o il bricolage, il disegno, la musica o, come per alcuni di noi, l’arte.

Certo, osservare dipinti e sculture su un catalogo o sul freddo schermo di un computer non è la stessa cosa: ma tra Buonamico Buffalmacco e il suo Trionfo della Morte pisano e Le Mystère Picasso di Henri-Georges Clouzot, il tempo a disposizione potrebbe venire ridotto all’osso, instillandoci la voglia – una volta finito tutto questo – di riprendere il viaggio con qualcosa in più di un selfie veloce prima di passare alla prossima meta. Comunque, la fila scorre e l’entrata è un passo (ma superiore a 1,80 metri, ovviamente): una rapida occhiata alla guardia giurata che cadenza le persone e un ripasso mentale a quella lista compilata in tutta fretta prima di uscire. Solo generi di prima necessità, tutto il resto è escluso. Eppure, tra una corsia e un’altra, il dubbio più atroce non agita le acque del pranzo o della cena, ma quelle dell’effettiva durata delle pile energetiche del telecomando. Perché l’estate sta arrivando, e noi dobbiamo pur sopravvivere.

 

Francesco Raffaele Mutti. Nasce a Milano ma vive in Toscana sin dalla tenera età, dove ha imparato a portare rispetto al mare e al fatto che fosse sempre a portata di mano per un consiglio o per una riflessione. Da grande voleva fare il calciatore e ci stava riuscendo: parlando però con un suo compagno che gli chiese cosa facesse durante il tempo che non passava con il pallone attaccato ai piedi lui rispose: “Studio. Soprattutto di notte”. Da lì la sua passione per la conoscenza che è, prima di tutto, curiosità. A 360 gradi. Ama alla follia la musica di Prince, l’animazione giapponese, il cinema tutto, la letteratura classica, il teatro di Shakespeare e quella cosa bizzarra che sta sotto il nome di “arte”. Si occupa di contemporanea perché crede che sia più importante la gallina di domani piuttosto che un solo uovo oggi. Un giorno incontrò Carlo Pepi che, parlando con quella sua voce sussurrata, gli si rivolse dicendogli: “Tu hai il bernoccolo dell’arte”. E ci ha creduto senza fare domande. Vive in macchina, in giro per l’Italia, convinto che la curiosità raramente abbia fissa dimora.

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