Barbara Bloom

LO STRUMENTO PER TUTELARE LE COLLEZIONI
Il nuovo istituto risulta più agile di una fondazione

Da Fiorucci a Taurisano hanno scelto l’istituto del trust a salvaguardia della propria collezione d’arte, pur mantenendo quella ricerca finalizzata a trasferire nel mondo reale i valori trattati dagli artisti che si scelgono di seguire. Binomio tra fruizione pubblica e scopi privatistici che può essere tradotto in una sola parola: trust.

Ma perché preferirlo alla fondazione quando parliamo di collezioni d’arte? La fondazione è un istituto che deve sottostare al controllo pubblico e quindi risulta più ingessato, sia al momento della sua costituzione che nella gestione, rispetto a quanto può esserlo un trust. Mentre la prima richiede la costituzione per atto notarile e il riconoscimento da parte dell’autorità competente, il secondo non ha obblighi di forma, se non quella scritta e non necessita del riconoscimento da parte di organi di governance obbligatori, come previsto per la fondazione. Consuetudine vuole, peraltro, che il trust sia istituito per scrittura privata autenticata dal notaio, il quale, contestualmente alla istituzione del trust, procederà alla redazione dell’atto di attribuzione dei beni in trust che, trattandosi di opere singole o una collezione, dovranno essere elencate e identificate anche nella provenienza. Da questo momento le opere saranno gestite dal trustee, secondo lo scopo indicato dal disponente nell’atto istitutivo; con la garanzia che la gestione avvenga sotto il puntuale controllo da parte del guardiano. Il trust rappresenta, quindi, un istituto che consente ai collezionisti di trasmettere le opere d’arte ai propri discendenti, in linea retta; potendo, tuttavia, prevedere che la collezione sia messa a disposizione di musei e gallerie così da permetterne la visione a un vasto pubblico. Le fondazioni, al contrario, pur essendo create da una famiglia di imprenditori per mantenere intatto il proprio patrimonio, questo non segue l’asse ereditario, ma rimane nell’ambito di una gestione pubblica finalizzata, esclusivamente, a sostenere attività sociali, filantropiche, culturali. A tal proposito l’istituzione di un trust, a differenza della fondazione, può avvenire per realizzare, soprattutto, scopi privatistici: in particolare può essere prevista una specifica clausola per quanto riguarda eventuali impieghi di future entrate derivanti da vendite, mostre, prestiti a musei o dallo sfruttamento del diritto d’autore; nonché una clausola di salvaguardia che consenta al trustee, addirittura, di alienare a favore del disponente una parte del patrimonio in trust in caso di bisogno di liquidità per malattie o difficoltà finanziarie sopravvenute, non causate da dolo o colpa grave dei soggetti interessati dal beneficio.

Leonardo Dell’Innocenti, Rossella Bruno

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