Stefano Zecchi / Il fascino delle rovine – The Charm of Ruins

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FILO DIRETTO/ STEFANO ZECCHI
CERTI RESTAURI CANCELLANO L’AUTENTICITÀ
Il fascino delle rovine

PERCHÉ NON È CONSIGLIABILE RIPORTARE A NUOVO LE OPERE D’ARTE COLPITE DAL RECENTE TERREMOTO

La vita possiede un’inestimabile pulizia morale: tutto finisce. Talvolta ha la generosità di concedere ancora qualcosa prima che tutto venga spazzato via: le rovine. Resti del passato che testimoniano il cammino della storia. Delle rovine, i segni più visibili sono le costruzioni: templi, palazzi, strade, teatri che resistono ancora alla totale corruzione del tempo, e sono lì a raccontare il mondo a cui appartenevano, a coloro che vogliono ascoltare.

Le rovine hanno ispirato la grande cultura occidentale, da quella rinascimentale a quella illuminista a quella romantica, alcune continuano a parlarci, altre sono ormai sparite. È comprensibile il desiderio di conservare le rovine anche attraverso interventi specifici, cioè con il restauro. Ogni epoca ha avuto i suoi restauratori, ma il concetto di restauro è cosa moderna. Quando Viollet-le-Duc, a metà dell’’800, scrive il suo Dictionaire raisonné de l’architecture française du XIe au XVIe siècle, alla voce “restauro” dice che si tratta di parola e cosa moderne.

Infatti incomincia il dibattito sul modo d’intervenire, se completando integralmente le parti mancanti oppure operare su dettagli. Io sono del parere di John Ruskin, che nel suo libro “Le sette lampade dell’architettura” scrive: “Il restauro è la più totale distruzione che un edificio possa subire: una distruzione alla fine della quale non rimane neppure un resto autentico da raccogliere, una distruzione accompagnata dalla falsa descrizione della cosa che abbiamo distrutto”.

È l’autentico che racconta la verità; le opere d’arte che il tempo rovina devono essere lasciate così come ha voluto la natura delle cose. Noi, eredi del passato, abbiamo bisogno di autenticità per conoscere la storia e la bellezza. Certo, le moderne tecnologie possono intervenire per conservare, ma non devono stravolgere: dettagli, crepe, pezzetti smarriti. Tutto il resto è Kitsch.

Questa lunga premessa per intervenire in una discussione attuale, paradossalmente tragica e stucchevole insieme. I terremoti hanno sconquassato il centro Italia, mandando in rovina numerose opere d’arte. Ecco allora l’accorato proclama politico: si ricostruirà tutto; tutto tornerà come prima.

Ma non scherziamo! Siamo già assediati dal Kitsch, dal cattivo gusto: cerchiamo di non aumentarlo con patetiche visioni del mondo.

Se si è rotta una gamba della mia scrivania, chiamo il falegname per ripararla. Se alla scrivania di Luigi XIV si è rotta un gamba, si chiama una pletora di storici dell’arte, di decoratori, di intarsiatori, di tecnologi informatici per restaurarla.

Si riparino le case, si ricostruiscano moderne e con criteri antisismici; si intervenga sulle opere d’arte dove è sufficiente ritoccare, consolidare piccoli dettagli. Tutto il resto lo si lasci al tempo della vita con la sua inestimabile morale.

C’è una bellezza trasmessa dal tempo che corrode e ci lascia, una bellezza che non solo insegna a comprendere il valore dell’autenticità, ma anche ci restituisce il senso della storia e della memoria. Il falso, l’inautentico possono surrogare la verità del passato? Non trucchiamo le carte. Cosa significa ricostruire i monumenti del passato se non esercitare una volontà di potenza sul corso del tempo per riavere davanti agli occhi ciò che in realtà non c’è più e guardare soltanto il falso? Pensate che cosa obbrobriosa sarebbe il Colosseo restaurato per poterlo vedere come al tempo di Roma.


DIRECT LINE/ STEFANO ZECCHI

SOME RESTORATIONS DELETE AUTHENTICITY
The Charm of Ruins

SOME REASONS WHY IT IS NOT ADVISABLE TO RENOVATE WORKS OF ART AFFECTED BY THE RECENT EARTHQUAKE

Life has an invaluable moral cleanliness: everything finishes. Sometimes, however, life is generous enough to grant something before all is gone: ruins. Remnants of the past witnessing the progression of history. The most visible kind of ruin is the building: temples, palaces, roads, theatres; they withstand the utter corruption of time, in order to tell something to the world they once belonged to, and to those who want to listen.

Ruins inspired great Western culture, from the Renaissance to the Enlightenment, to the Romanticism; some ruins keep on talking to us, other have now disappeared. The desire to preserve ruins by means of specific processes is therefore understandable. Nevertheless, although every age had its restorers, the idea of restoration is a modern one. When, in the mid 19th century, Viollet-le-Duc wrote “Dictionaire raisonné de l’architecture française du XIe au XVIe siècle”, he regarded “restoration” as a modern word and practice.

A debate arose concerning the best way to restore works of art: should the restorer completely replace all missing parts or should he/she work only on the details? I personally agree with John Ruskin who, in “The Seven Lamps of Architecture”, wrote: “Restoration is the most total destruction a building can suffer: a destruction out of which no remnants can be gathered; a destruction accompanied with false description of the thing destroyed”.

Only the original can tell the truth; works of art damaged by time should be left as nature demanded. As the heirs of our past, we do need authenticity, in order to understand history and beauty. Modern technologies may obviously do something to preserve works; yet, when they deal with details, cracks, and missing bits, they should never change works of art completely. Otherwise, the results would be Kitsch.

This long premise just to speak in the tragic, and yet paradoxically nauseating, current debate about the many works of art damaged in the earthquakes that violently shook central Italy. So here is the emphatic declaration of politicians: everything shall be restored; everything will go back to the way it was.

You must be joking! We are already besieged by Kitsch and bad taste; let us not increase it with pathetic perspectives on reality.

If a leg of my desk breaks, I call a carpenter and have it repaired. If a leg of Louis XVI’s desk breaks, they call a whole host of art historians, decorators, inlayers, and computer experts.

Let us rebuild modern, earthquake-proof houses; let us restore works of art only with few retouches and smaller consolidations. Let us leave all the rest to the time of life and its relentless morality.

There is some beauty in time that wears out and leaves us, a beauty that, besides teaching us to understand the value of authenticity, gives us back our sense of history and memory. Can the fake and the non-authentic be surrogates for the truth of the past? Let us not stack the deck. The restoration of the monuments of the past is nothing but an attempt to exert man’s thirst for power over the course of time; it only leads to the possibility to behold a reality that no longer exists, a mere imitation. Just think how shameful the sight of the Colosseum would be, if they restored it as it looked like in Roman times.

 

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