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Lo dico da fan ortodosso: gli è mancata l’ispirazione

Da quando si è incominciato a parlare di questo virus, io credo di non averlo mai nominato. E questo per un motivo ben preciso: non mi appassiona. Lo trovo un virus stupido, senza carattere, senza una connotazione precisa. Non mi piace il nome, Coronavirus o Covid-19 che dir si voglia, via di mezzo tra una birra e una catena di supermercati. Non mi piace che sia diventato il romanzo popolare che ha invaso tutti i mezzi di comunicazione. Non mi piace la parola virologo, non mi piacciono i microbiologi, insomma non mi piace niente di questo virus. Il circo dell’informazione, poi, l’ho trovato volgare, inutile, irrispettoso anche – e soprattutto – nei confronti dei morti. Uno spettacolo macabro.

Mi dispiace per i morti, certo che mi dispiace! Mi dispiace che si muoia a prescindere dal virus, è ovvio! E anch’io, come tutti, temo per la mia salute. Sono cresciuto negli anni ’80, quando il problema era l’Aids, un virus che prendevi facendo sesso. C’era del piacere lì dentro. Poi ho vissuto gli anni della mucca pazza, e anche lì c’era del piacere nell’addentare la carne (rispetto comunque i vegani). Ma qui? Che cosa c’è? Niente. Zero piacere. Zero passione. Questo è un virus che si prende respirando, stringendo mani, ciucciandosi un dito, un nemico meschino che si spalma su maniglie e corrimani e che non ha, ne converrete, una statura adeguata al racconto.

E allora l’ho ignorato. Non mi sono chiesto se dietro il virus ci sia un complotto (come asserisce la maggior parte dei tassisti con i quali ho avuto a che fare ultimamente), ma ho cercato di rispettare quanto imposto dal Signor Giuseppe Conte e di dare, nel mio piccolo, un contributo per quelle poche persone che mi seguono sui social, postando video in cui parlo di arte. Punto. A proposito di dare un contributo: l’ha fatto anche Damien Hirst, con un’opera d’arte tra le più brutte che io abbia mai visto. Lo dico da fan ortodosso, da uno che considera il suo squalo, le sue farmacie, le sue farfalle, le sue mucche delle pietre miliari destinate a rimanere nella storia dell’arte nei secoli e secoli. Amen. Pazienza. Credo che anche Hirst, dentro di sé, pensi che questo virus sia così stupido da non meritare niente. Tantomeno un’opera d’arte.

Lo ringraziamo comunque per aver sostenuto la campagna Help The Hungry del quotidiano The Independent‘s, devolvendo il ricavato dell’opera al National Health Service. Bene. Grande gesto. Morale: in tempi di pandemia, ognuno dà il contributo che può. (Se volete scaricare gratuitamente il pdf dell’opera di Hirst: https://assets.standard. co.uk/editorial/hirsthelphungryposter.pdf).

Carlo Vanoni

 

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