Dalle vetrate del bar Socrate

Nel sontuoso attico di Varese con ampia vista lago spiccava un suo busto in bronzo modellato da Francesco Messina. E alle pareti erano appesi i dipinti di Franco Gentilini e di Mario Tozzi che comparivano su alcune copertine dei suoi volumi. Così i due artisti ricambiavano Piero Chiara per la notorietà delegata alle oltre centomila copie vendute in ogni occasione (solo Alberto Moravia e Mario Soldati erano in grado di raggiungere allora simili tirature). Ogni estate portava un nuovo titolo da riversare con immancabile successo nelle librerie. Il motivo? “Mi viene contestato di pubblicare quasi un romanzo all’anno. Ma io ho un campo nel quale sono sepolte delle monete d’oro: mi possono rimproverare di cavarne troppe?”.

Le sue storie nascevano dalla trasposizione della realtà di quella provincia che egli conosceva così bene. Una volta Chiara mi ha condotto al bar Socrate, il palcoscenico prediletto: “Al di là delle ampie vetrate scorreva la vita, in particolare quella di certe signore di cui si potevano soppesare le virtù. Molte mie storie sono nate qui o al ‘Cavour’, uno straordinario luogo di ritrovo e di chiacchiere situato nel vecchio corso”. A tal proposito avevo notato che il nostro ingresso in questo elegante locale non era stato accolto dall’ossequiosa ammirazione dei presenti dovuta alla notorietà del personaggio ma da un atteggiamento di freddezza se non di trattenuta ostilità. D’altronde gli eventi narrati nei suoi libri portavano alla ribalta fatti talora non edificanti e ben conosciuti dagli abitanti della zona. Mi aveva confessato in proposito lo scrittore: “La stanza del vescovo è un romanzo del 1976 interamente autobiografico, eccetto alcuni particolari di pura invenzione: ho spostato i luoghi, ho alterato le composizioni familiari, i nomi dei protagonisti”.

Nonostante ciò, la villa sul lago Maggiore, dove si svolgeva la vicenda, era stata qui facilmente identificata. Un altro caso spinoso ha coinvolto Vedrò Singapore? del 1981 ambientato in Friuli tra Pontebba e Gorizia, dove il protagonista si invaghisce di Ilde, la cassiera di un bar che in seguito frequenterà la ‘Chiave d’Oro’, uno dei postriboli più eleganti di Trieste: “Quella cassiera è lei finché io le parlo nel locale, ma quella che va a finire nella ‘casa’ è un’altra ragazza di Cividale”. Occorre anche sottolineare che l’ampia produzione di Piero Chiara era favorita da un ricercato eloquio che lo consacrava un raconteur inarrivabile. Lo si poteva ascoltare per ore e tale proprietà di linguaggio gli permetteva un’immediata trasposizione di quelle parole in brillante scrittura. E non dobbiamo dimenticare la sua attività di saggista culminata nelle biografie di Giacomo Casanova, Benito Mussolini e Gabriele D’Annunzio. “Mussolini stimava D’Annunzio?”, gli chiesi un giorno. E lui: “Mussolini stimava molto il D’Annunzio scrittore, tanto è vero che la sua calligrafia sembra un’imitazione di quella di D’Annunzio”.

Ma torniamo al suo rapporto con gli artisti di cui ha scritto le prefazioni in cataloghi e in preziose monografie: oltre ai citati Mario Tozzi, Franco Gentilini e Francesco Messina, le sue predilezioni andavano, tra gli altri, a Floriano Bodini e a Renato Guttuso. Quest’ultimo gli aveva dedicato un ritratto a china che accompagnava le sue note biografiche sul risvolto della quarta di copertina di numerosi romanzi.

 

è nato a Genova e vive a Pegli con uno sguardo ai monti e uno al mare dal cui contrasto nasce l’ispirazione. Si occupa d’arte contemporanea da più di quarant’anni avendo avuto la fortuna di conoscere e di frequentare importanti artisti come Enrico Baj, Arnaldo Pomodoro e Fernando Botero, tanto per citarne alcuni, cercando di indagare l’intima motivazione del loro gesto creativo da riversare nei testi di presentazione di mostre in spazi pubblici e privati italiani e stranieri. L’incontro con “Arte in” è avvenuto nel 1993 in occasione di una copertina dedicata a Ugo Nespolo. E da quel momento non ci siamo più lasciati.

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