Si scrive Kitsch si legge brutto · Write Kitsch read ugly

L’ETÀ DELL’ORO / di Francesco Mutti

QUANDO L’ARTE RINUNCIA A PERSEGUIRE IL BELLO

La capacità dell’arte di perseguire il bello avrebbe bisogno di costante e dedicato interesse: poiché ancora attende a una sensibilità sincera in tal senso da parte di chi, l’arte, la fa o la vive; mentre per l’abbondante catalogo di interpreti contemporanei la certezza lessicale della parola tedesca Kitsch appare ancora del tutto evasiva. Pietanza occasionale da gustare a pranzo o per cena, nei giorni feriali come in scintillanti serate mondane, questa dovrebbe invitare al confronto in virtù della propria eccezionalità invece che a un proselitismo di bassa lega che non produce altro che fraintendimenti. Comparso in Germania verso il 1860 e poi diffusosi tra il 1920 e il 1940, il termine indica – oggi come allora – ogni degradazione in senso manieristico dell’opera d’arte che, nella moderna civiltà di massa, se non tenuta sotto controllo, può assumere aspetti di ornamentazione eccessiva, dozzinale, banale e, appunto, di cattivo gusto.

Al di là che questa corrente di pensiero, per quanto sia o meno riflesso di un sentire popolare di media o per lo meno dubbia cultura che si nasconde dietro il palliativo della rispettabile conoscenza, possa ingenerare nei suoi seguaci un’accettabile e divertente furia ossessiva di cui è nostro dovere registrare le tracce, ben volentieri accoglieremo il lettore ispirato che volesse leggere Kitsch allo stesso modo di brutto, senza timore d’offendere nessuno e forti del fatto che, nella gran parte degli idiomi del mondo, le parole mono e bisillabe siano quelle col significato più puro. Per quanto indispensabile in un dialogo stimolante tra ciò che è o dovrebbe essere e ciò che potenzialmente è da evitare; e tenuto in debita considerazione un intento scientifico e speculativo sul variabile concetto di natura umana, molti artisti o celebrati tali (ed è forse questo il problema maggiore) che – per presunta libertà di pensiero – insensatamente se ne facessero campioni, dovrebbero avere ben chiari i motivi della loro scelta e limitarsi a quella indispensabile funzione sociale e saltuariamente culturale che è il rappresentare al meglio l’altra parte dello spettro, invece che introdurre nelle menti dell’affaticato uomo contemporaneo la malsana idea del Natale tutti i giorni.

Questo articolo fa parte del n. 4/2017 di ARTEiNWord. È possibile acquistare la rivista nella versione online o cartacea.


THE GOLDEN AGE / by Francesco Mutti

WHEN ART GIVES UP PURSUING BEAUTY

Although the capacity of art to pursue beauty requires constant and devoted interest – being it still connected with the genuine sensitivity of those who create or live art – many contemporary artists are still unable to grasp the meaning of the German word Kitsch. 

A random dish to be enjoyed at dinner or lunch, on working days or during shiny worldly events, in virtue of its exceptional nature this concept should call for confrontation, instead of causing vulgar proselytisms that only lead to misunderstandings. Coined in Germany in 1860 circa, and catching on between 1920 and 1940, this word specifies, now as then, every manneristic corruption of the work of art that, in modern mass society, when left out of control, can lead to exaggerated, ordinary, prosaic and cheesy ornamentation. Notwithstanding the fact that this school of thought – which may or may not mirror the average or unreliable culture hidden behind the palliative of decent knowledge – can raise an understandable and amusing obsessive frenzy in its disciples, we will be glad to welcome the reader who decides to read Kitsch as ugly, without fear of offending anyone and relying on the fact that, in most world languages, monosyllabic and disyllabic words are the ones with the purest meaning. Undoubtedly, the idea of Kitsch is essential in a stimulating dialogue between what is or should be, and what should be avoided. Keeping in mind the scientific and speculative importance of the multifaceted idea of human nature, many glorified artists (and this is probably the main problem) who – out of alleged freedom of thought – senselessly decide to defend the Kitsch, should clearly understand the reasons of their choice and limit themselves to the essential social and sometimes cultural purpose of representing the other side of the coin at its best, instead of spreading the unhealthy idea of “everyday is Christmas” among the tired minds of contemporary people.

This article is in the n. 4/2017 of ARTEiNWORD. You can buy the magazine, digital or paper edition.