Ora che l’emozione e la commemorazione sembrano lasciare spazio all’analisi critica, è più facile parlare di Sergio Zavoli, della sua leggenda, di quella epopea del giornalismo che sembra non trovare più eredi. Siamo stati una generazione fortunata, in grado di ammirare sulla stampa e ai microfoni cronisti straordinari che raccontavano le partite di calcio come le gite in osteria, le salite del Giro e del Tour con lo sforzo umile di quelle pedalate, inerpicandosi nei propri pensieri, le mitiche serate del pugilato con gli occhi gonfi della malinconia dei poveri. Ma, in mezzo ad ore di epos, tra inviati speciali che si chiamavano Beppe Viola, Gianni Brera, Giampaolo Ormezzano, Adriano De Zan e Paolo Rosi c’era anche lui, con la sua agile giacca a vento targata rigorosamente Rai e con il tono di un amico, di un fratello che rasserenava, che, a fine gara, tranquillizzava, che non poneva polemiche. Si è molto parlato del Processo alla Tappa, una sua creatura, un modo per capire meglio una corsa allora lontana dalle telecamere. Lì dove anche un ciclista stravolto, al termine di una salita terribile, sapeva trovare il fiato per spiegare, per sottolineare la sua empirica strategia, il sano sforzo di una bici, in quella che sembrava l’Italia degli ultimi.

Eravamo da poco usciti dalle pagine dei grandi scrittori, inviati speciali al Giro: Curzio Malaparte, Alfonso Gatto, Vasco Pratolini, Dino Buzzati, Anna Maria Ortese. Scoprivamo gli sport di una fatica oscura. Zavoli era lì a raccontare non l’evento ma le pieghe e le piaghe della corsa, creando il mito di Gimondi, di Vittorio Adorni, di Motta, di Eddy Merckx, il “cannibale “, che sembrava  vincere senza umiliare.

Nel frattempo, silenziosamente, si fece strada il disegno dello Zavoli storico. Nascita di una Dittatura è forse il primo, straordinario docufilm della tv italiana. Rivedere, in primo piano, personaggi come Nenni, Gronchi, Parri, ripercorrere le trame che portarono l’Italia nella Grande Guerra, le tesi neutraliste, gli accenti interventisti, la crescita del fascismo, attraverso le parole dei protagonisti diretti è una lezione di giornalismo da non dimenticare.

Così come, almeno per chi scrive, resta fissa nella mente l’esperienza comune di oltre dieci anni insieme, in Senato, in Commissione Vigilanza Rai con occasioni di confronto e di dialogo continui, quasi incessanti, con quei focus sulla tv che lui conosceva a memoria con assoluto scrupolo, senza un minimo di presunzione. Avevamo in animo di scrivere un libro a quattro mani su quegli anni difficili di viale Mazzini. Mi incoraggiò, mi disse di mandargli l’impianto dell’opera, magari qualche capitolo. Poi prevalse la stanchezza di quegli anni tormentati di impegni. Ed oggi che riposa accanto a Fellini conservo ancora, da qualche parte, i suoi appunti, dettati sempre con la umiltà e la lucidità dei grandi cronisti, dei giornalisti di un’altra scuola, di un’altra epoca, di un’altra religione.

Giuseppe Scalera

custodisce mille interessi. Giornalista, saggista, medico chirurgo plurispecialista, ma soprattutto napoletano, il mestiere forse più difficile e complesso. Ama la vivacità culturale, le tesi in penombra, la scrittura raffinata e ribelle. Ma ama anche la genialità del calcio e la creatività dell’arte. Crea le sue rubriche settimanali su alcuni quotidiani nazionali muovendosi sul pentagramma del costume, dei new-media, della cronaca. È stato più volte senatore e parlamentare della Repubblica perché era affascinato da quella battaglia delle idee che oggi sembra, apparentemente, scolorirsi.

Related Post