Selfie: e c’è chi li considera una forma d’arte/Selfie: and someone considers them a form of Art

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EDITORIALE/LORELLA PAGNUCCO SALVEMINI
SELFIE: E C’È CHI LI CONSIDERA UNA FORMA D’ARTE

Lorella Pagnucco Salvemini - Direttore responsabile ARTEiNWorld

Lorella Pagnucco Salvemini
Direttore responsabile di ARTEiNWorld

Roba da manicomio

flag_of_italyPer lo sparuto numero di persone che ancora non sapessero che cosa fosse un selfie, ecco la definizione dell’Oxford Dictionary: “Fotografia scattata a se stessi, solitamente con uno smartphone o una webcam,  poi condivisa sui social network”. Insomma, un autoritratto fotografico mandato a navigare nel mare magnum della rete. Pratica vanesia, un po’puerile un po’ grottesca, verrebbe da dire, se non che si tratta di un fenomeno di massa esteso a livello globale, agito da ragazzini e adulti, gente altrimenti anonima e celebrities. Barack Obama e Hillary Clinton, Lady Gaga, Beyoncé, Papa Benedetto, Papa Francesco e un oceano di illustri sconosciuti, tutti colpiti dal virus dell’autoscatto, da postare velocemente su facebook, twitter, instagram, per dire “io esisto”, e restare subito dopo in ansiosa attesa dell’agognato like, come se non potessero più vivere senza quell’approvazione virtuale.

Dunque, in gioco c’è qualcosa che va oltre il narcisismo. Il Narciso di Ovidio muore consumato dall’amore irrealizzabile per se stesso, esploso alla vista della sua immagine riflessa nell’acqua. Il popolo dei selfie, per amare se stesso ha bisogno dell’amore degli altri, perlomeno di uno sguardo, che evidentemente non trovano altrove, di un cenno di interesse. Di un click.

Così i social diventano una grande vetrina per far vedere chi si è, quanto si vale, ma anche per veicolare l’immagine di chi si vorrebbe far credere di essere, alla ricerca spasmodica di una identità socialmente accettabile o, per quanto attiene a politici e personaggi dello spettacolo,  per manipolare il proprio indice di gradimento. Di fatto, in assenza di rapporti reali e sinceri, sulla rete si è soli. Tristemente, infinitamente, soli.

Intanto, data la parentela, lontana per la verità, fra l’autoritratto pittorico e fotografico con il selfie – i primi si incaricano di indagare il proprio io, i secondi lo cercano nel consenso altrui –  c’è già chi si occupa di studiare il fenomeno con le chiavi della psicologia, della genealogia e dell’arte.

A Londra, la National Portrait Gallery ha indetto una tavola rotonda, per concludere che a inventare il  genere è stata la granduchessa russa Anastasia Nikolaevna. Suo sarebbe il primo autoscatto della storia, sola, davanti a uno specchio con una Kodak Brownie fra le mani. Siamo nel 1914, la figlia dello zar ha 13 anni. Chissà, se fosse vissuta oggi, se anche lei non avrebbe resistito all’impulso del post.

Così, considerato che il selfie è pur sempre una immagine, anche i critici d’arte si sono messi a studiarlo.  Diverse le rassegne sul tema: a Londra, Berlino, Odense, ma anche in piccole cittadine di provincia come Ascoli Piceno e Mestre. Ovunque, la medesima parata di facce dalle espressioni stravaganti – a tratti comiche, a tratti drammatiche, a tratti inebetite o accigliate,  spesso con pose che vorrebbero essere seduttive e che ottengono l’effetto contrario.Volti per di più storpiati dall’inquadratura ravvicinata, peggiorati da luci impietose, o già brutti per una malevolenza di madre natura. Ripresi dall’alto, dal basso, di prospetto, di profilo, come se schedati, sicché la sensazione,  durante queste visite,  è di trovarsi in un distretto di polizia, o in vecchio manicomio, piuttosto che in una galleria. Dovremmo davvero considerare arte quanto stiamo vedendo?

Nell’autoritratto di un tempo, il pittore tanto più era grande quanto riusciva a trasformare il dato autobiografico in valore universale.

Per il selfieartist – presuntuosamente convinto che una manciata di fotogrammi  della propria (e nemmeno esemplare) esistenza sia già di per sé arte –  di universale c’è solo la rete. Purtroppo.

EDITORIAL/LORELLA PAGNUCCO SALVEMINI
SELFIE: AND SOMEONE CONSIDERS THEM A FORM OF ART

Crazy Stuff

flag_of_united_kingdomFor the handful of people that still do not know what a selfie is, here is the definition given in the Oxford Dictionary: “A photograph that one has taken of oneself, typically one taken with a smartphone or webcam and shared via social media”. A photographic self-portrait sent to the mare magnum of the internet. A peacock habit, childish, even freakish, some would say; nevertheless, it is a mass phenomenon spreading globally, involving both teenagers and adults, both anonymous people and celebrities. Barack Obama and Hillary Clinton, Lady Gaga, Beyoncé, Pope Benedict and Pope Francis and a sea of great unknowns, all infected by the selfie virus and swiftly posting their self-portraits on Facebook, Twitter, Instagram, just to say “I am”, anxiously waiting for the coveted likes, as if they could no longer live without virtual approval.

Therefore, what is at stake here is something going beyond mere narcissism. Ovid’s Narcissus dies, wasted away from his impossible love for himself, born at the sight of his own image reflected in the water. In order to love themselves, selfie people need other people’s love, their gaze, which they clearly cannot find elsewhere, their interest. Their clicks.

So, the social media have become a great showcase for them; there, they can show themselves to other people, they can show their worth, but also the images of the person they would like to be, reckless in pursuit of a socially accepted identity or, in the case of politicians and celebrities, in the attempt to handle approval ratings. Actually, given the lack of real and sincere relationships, people are alone on the internet. Sadly, infinitely alone.

Meanwhile, given the connection (quite distant, for the truth) between a pictorial self-portrait and a selfie – the former is aimed at looking into our true self, the second looks for our true self in other people’s approval – someone has already started studying the phenomenon from psychological, genealogical and artistic perspectives.

The National Portrait Gallery in London has organised a round table, which led to the conclusion that the genre was created by the Russian Grand Duchess Anastasia Nikolaevna. It seems she took the first selfie in history, alone, in front of a mirror, with a Kodak Brownie in her hands. The year is 1914, the tsar’s daughter is 13 years old. Who knows, if she had lived today, she would not have resisted the temptation to post her selfie.

Given that selfies are still images, some art critics started to study them. There are many survey exhibitions on this topic: in London, in Berlin, in Odense, but also in smaller provincial towns such as Ascoli Piceno and Mestre. Everywhere, the same parade of faces with weird facial expressions – sometimes comical, sometimes dramatic, sometimes dazed, sometimes posed to look sexy, but having the opposite effect. Faces distorted by extreme close up, worsened by unforgiving light, or simply ugly due to Mother Nature’s malice. Photographed from a high point, from a low point, from the front, in profile – as if they were booked. The visitor ends up feeling in a police station, in an old asylum, or in a jail. Should these images really be considered art?

Once, the more the painter managed to turn biographical elements into something universal, the better.

Pretentiously convinced that a handful of shots of their – not even exemplary – existences are in themselves art, selfie-artists exist only on the internet. Sadly.

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