Facciamo come Ennio

Non sempre i geni hanno il naso puntato all’insù, intenti a studiare le stelle; né, tantomeno, trascorrono intere giornate in polverose stanze ad armeggiare con strane soluzioni chimiche o a guardare attraverso microscopi. Alcune volte capita che i geni si esprimano con la penna. È il caso di Ennio Flaiano – scrittore, sceneggiatore, giornalista, fine umorista, critico cinematografico, brillante indagatore e conoscitore dell’animo italico, grande lettore contropelo della società – del quale quest’anno ricorrono i centodieci anni dalla nascita. La sua poliedrica figura, frutto di un’infanzia dinamica e di una giovinezza piena di stimoli, è ancora oggi un faro, una (profetica) guida, una figura intellettuale complessa, inclassificabile, sorniona che, come evidenziato da Carlo Masci, sindaco di Pescara sua città natale, è “troppo spesso confinata nel ruolo di battutista fulminante e di aforista salace”. La spiccata sensibilità nel saper cogliere i vizi di una società, quella italiana, in continuo fermento, non si rintraccia solo nelle sue massime, ma anche e soprattutto nei suoi scritti, nei libri postumi, nei suoi pezzi di costume. Flaiano guardava il mondo attraverso il suo “occhiale indiscreto” (che è il titolo della sua rubrica apparsa su Il Secolo XX nel 1945), un occhiale irridente e tagliente, che arriverà a fargli scrivere “ho vissuto abbastanza per poter affermare in piena coscienza che dietro ogni italiano, me e voi compresi, si nasconde un cretino”. Le riflessioni di Flaiano devono, oggi più che mai, essere (ri)lette e (ri)scoperte, gustate come un gustoso chicco d’uva e custodite come perle preziose. La sferzante e lucida ironia del critico, perennemente in bilico tra il tragico e il grottesco, si rivela di una attualità sconcertante. Ne La solitudine del satiro (Rizzoli, 1973), libro postumo in cui convergono racconti, ricordi, aneddoti, Flaiano, a esempio, afferma “La stupidità ha fatto progressi enormi. È un sole che non si può più guardare fissamente. Grazie ai mezzi di comunicazione, non è più nemmeno la stessa, si nutre di altri miti, si vende moltissimo, ha ridicolizzato il buon senso, spande il terrore intorno a sé”. In quell’Italia di inizio anni ‘70, all’alba degli anni delle rivoluzionarie riforme che avrebbero cambiato per sempre il destino del popolo italiano, Flaiano riflette sulle mutate forme di comunicazione e sulla loro potenziale pericolosità, sul potere che esse hanno dato alla stupidità facendola regnare su un sempre più latitante buon senso.

Una riflessione trasferibile al giorno d’oggi e perfettamente in linea con l’attuale modalità di comunicazione: una modalità ambigua sempre più in espansione e sempre più soggetta all’attacco di menti “stolte” o comunque assuefatte e drogate da una mole di informazioni tale che non permette più di riuscire a distinguere il vero dal falso (come confermato da una ricerca condotta dall’Università di Stanford nel 2016). Ma la genialità di Flaiano non si è espressa solo sulla carta stampata (ha collaborato con Cineillustrato, Cinema, Il popolo di Roma, Oggi, Il Corriere della Sera, L’Europeo), ma anche attraverso una “lunga storia d’amore” con il cinema (che definiva “l’unica forma d’arte nella quale le opere si muovono e lo spettatore rimane immobile”) che lo ha visto protagonista non solo in veste di sceneggiatore di tantissimi film, tra i quali spiccano quelli diretti da Federico Fellini, ma anche di critico. La collaborazione con il mondo della celluloide inizia nei primi anni ‘40, ma è nel 1950 con il film Luci del varietà (primo lungometraggio di Fellini in co-regia con Alberto Lattuada) che la magica storia ha inizio. Come in una bottega, la meravigliosa triade Fellini-Flaiano-Pinelli ha dato vita a capolavori pluripremiati come La strada (1954), La dolce vita (1960), 8 e ½ (1963), solo per citarne alcuni. Il mondo onirico e visionario di Fellini si innesta, completandosi, nella dimensione sarcastica, paradossale, ludica di Flaiano e in quella di Pinelli, che, provenendo dal teatro, è il grande architetto del racconto felliniano. Benché quella con Fellini e Pinelli sia la collaborazione più celebre e felice, numerose sono le sceneggiature che recano la sua firma: Roma città libera (Pagliero, 1946), Guardie e ladri (Steno e Monicelli, 1951), La romana (Zampa, 1954), Il segno di Venere (Risi, 1955), Totò e Carolina (Monicelli 1955 – in realtà girato tra il 1952 e il 1953 – uno dei film italiani più censurati di sempre), La notte (Antonioni, 1961).

Il cinema e il suo spettatore sono i protagonisti di un’amara riflessione di Flaiano, che “denuncia” le mutate abitudini delle platee del dopoguerra: “Per molto tempo il pubblico andava a vedere delle figure in movimento, poi vennero gli attori famosi, poi il colore… Sino a vent’anni fa il pubblico conosceva di preferenza i divi, poi i registi, a scegliere, a leggere i critici dei quotidiani. Insomma oggi nessuno va più al cinema per vedere le figure in movimento, ma semmai per sapere quale filosofia muove queste figure […] La crisi del cinema nasce dal preciso momento in cui il cinema, da invenzione ottica, accenna a diventare arte o filosofia, e a porsi cioè dei problemi estetici e filosofici” per Flaiano, inoltre, “…lo spettatore è andato al cinema per vedere come si fa l’amore, oggi è lui che fa semplicemente l’amore. Il medium ha esaurito la sua propria funzione”. Durante gli anni in cui Flaiano lavora per il cinema non tutti i progetti a cui collabora vedranno la luce e verranno poi pubblicati nel volume Storie inedite per film mai fatti (Frassinelli, 1984): tra i tanti il progetto sulla Recherche proustiana fatto sfumare prima dal regista francese René Clément e poi da Luchino Visconti che per svariate ragioni dovette abbandonare questa sfida, nonostante l’immenso amore che fin dalla più tenera età lo legava a Proust. Ma quanto mai interessante è, se letta oggi nell’Italia al tempo del coronavirus, l’operazione compiuta da Flaiano nel 1970 quando, impossibilitato a realizzare un servizio su Paolo Uccello per via della chiusura degli Uffizi, non si scoraggia e acquista delle riproduzioni delle opere dell’artista per poterle ammirare e dialogare con esse (e con il loro creatore) nel segreto della sua stanza d’albergo (“intervista” recentemente pubblicata dalla casa editrice Henry Beyle Il tempo dietro il tempo). Forse oggi, in questa forzata permanenza casalinga, ognuno di noi nell’impossibilità di avere un rapporto con l’arte e le sue declinazioni nei luoghi ufficiali, è invitato a crearsi, al pari di Flaiano, un proprio e intimo rapporto con l’espressione artistica, dialogando e riscoprendo quella forza perturbante, propulsiva che “scuote dall’anima la polvere accumulata nella vita di tutti giorni” (Pablo Picasso).

 

napoletana, 27 anni. Segni particolari: cinefila (…e anche cinofila). Laureata in Discipline della musica dello spettacolo e del cinema, attualmente frequenta il master di II livello in Drammaturgia e Cinematografia presso l’Università Federico II e collabora con la cattedra di Storia del Cinema dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Adora il cinema in tutte le sue sfumature, mute e sonore, in bianco e nero e a colori. I suoi miti sono Antonioni, Visconti, Hitchcock e Chaplin. Non chiedetele mai qual è il suo film preferito: è onnivora, guarda tutto con il medesimo interesse. Ama l’arte impressionista, viaggiare in treno e trae uno smisurato piacere dalla lettura.

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