Sunday, Edward Hopper

 

C’è un problema nel tempo della sopravvivenza: il tempo stesso. Un tempo immobile, il passato prossimo è uguale all’oggi e l’oggi è identico al futuro. L’immobilità si adegua. Ho un libro da finire e solo l’idea mi nausea, scrivere mi è in uggia, a parte pochi articoli per i giornali. Leggere o ascoltare il ‘bollettino di guerra’ cinicamente mi annoia. Diversi anni fa sull’isola Rinascita, che affiora da quel che resta del lago d’Aral, ormai morto, mi trovai davanti a un decrepito deposito di veleni studiati per una guerra chimica. Erano i resi lasciati dagli scienziati sovietici alla caduta del comunismo. Erano lì che dormivano a sessanta gradi sotto il sole del deserto del Karakalpakstan. Ogni tanto qualcuno, terrorista o scienziato, ne portava via una bombola e lì a Muynak ogni mese c’erano un paio di morti strani. Polmoniti improvvisamente fuori uso. Penso che i morti più alti di questa epidemia, rispetto agli abitanti li abbia avuti l’Iran. Paese a due passi dal lago d’Aral. Mi chiedo quale bombola sigillata sia volata verso Teheran e quale altra sia stata portata, per studio ovviamente, a Wuhan. Anni fa a Jallabia, un villaggio curdo fra Iraq e Iran, vidi i morti di una città viva: bombardata con gas nervino, le mura intatte, gli umani addormentati, e più tardi vidi a Bassora ”I bambini di Khomeyni” nelle trincee piene d’acqua, coi loro kalashnikov. Erano morti. Intatti. I gas. E allora, che fare? Stupirsi oggi se qualcosa di invisibile ci uccide senza sgualcirci. La mia colf dice che è un flagello di Dio. Io penso sia un flagello dell’uomo. E il tempo resta immobile, pigramente ondeggiando fra vita e morte. Flipper, il mio cane, stufo di immobilismo mi sfida a lottare con lui. Mi morde, mi strattona, e io mi difendo. Sono contento che ci sia ancora qualcuno a credere che abbia voglia di lottare. Ma con la mente sono a Bassora e Jallabia. Lo spazio mi è crudelmente nemico. Ora lo so, devo fermarmi, ma non prima di aver detto che da ieri ho ripreso a leggere. Per resistere con dignità: il libro è un breve capolavoro sulla Resistenza, il titolo è “Il silenzio del mare”, di  Vercors, non lo leggevo dal 1955. Ho annullato il tempo.

È un lettore non un bibliofilo. La cosa migliore che ha fatto - dice - è stata dirigere “La Nazione”. Lo rifarebbe. Come inviato speciale ha girato il mondo, con pioggia o sole. Ricorda con feroce rimpianto quando fu dirottato nei cieli dell'America Latina, fu lì lì per essere eliminato, o quando con il collega Sarchielli fu prigioniero dei “ragazzi” di Pol Pot. Li salvarono i vietnamiti, crederci o no, e non dimentica mai una notte di morte con la Fallaci, in Piazza dei Martiri a Beirut, fu quando vide due lune. Ha chiacchierato con gran piacere con Nelson Mandela, Yasser Arafat, Giáp imparando molto. Ha scritto tanti libri - troppi secondo lui. Preferisce ricordare il primo: “La luna di Harar” su Rimbaud in Africa e l'ultimo su Oriana Fallaci: “Cercami dov'è il dolore”. Ha circa ventimila volumi, incerto se bruciarli personalmente o farli bruciare da chi gli succederà. Li ha consultati tutti. Forse anche una sola pagina, quella che gli serviva, ma tutti. E seguita a farlo perché invecchia continuando a imparare come sosteneva Mimnermo: gheràsco d'aèi pollà didascòmenos. Scrive perché non sa fare altro, ma solo se ne ha voglia. Si limita a citare soltanto “La Nuova Antologia” di Spadolini, “La Nazione” e ovviamente “ARTEiN World”. Gli altri, tipo “Il Post”, non contano.

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