È stato l’ultimo romantico, convinto che la creatività potesse curare la società occidentale

2Se c’è un artista che meglio di qualsiasi altro ha rappresentato l’estremo tentativo di ricollocare l’arte al centro della società, quello è stato Joseph Beuys. Nato a Krefeld nel 1921, ma cresciuto a Kleve – una delle zone con la più alta concentrazioni demografica d’Europa, zona di miniere, di ferro e di carbone – fin da giovane Beuys dimostrò interesse per la natura e le scienze naturali, scegliendo la facoltà di medicina come percorso universitario. Non fece neppure in tempo a cominciare, che la guerra lo arruolò nell’aeronautica. A bordo di un JU 87 precipitò in Crimea nell’inverno del 1943. Con lui c’era un altro soldato. Il soldato morì, lui fu salvato da un gruppo di tartari nomadi che lo curarono con rimedi tradizionali: grasso animale e feltro per riscaldare e trattenere il calore del suo corpo ferito.

Dopo la guerra si diplomò all’Accademia di Düsseldorf, dove successivamente gli affidarono la cattedra di Scultura monumentale: “La creatività è il patrimonio di un popolo”; “La creatività è scienza della libertà”; “Tutto il sapere umano deriva dall’arte”; “Ogni essere umano è un artista”; “La rivoluzione siamo noi”. Questo insegnava Beuys, fino a quando non lo licenziarono nel 1972. Ma lui non si arrese e portò il Verbo in giro per il mondo, inventando performance con il coyote dentro una galleria di New York, insegnando l’arte a una lepre morta, piantando querce a Dokumenta di Kassel, boxando contro un televisore acceso. Se ne andava in giro, cercando di riportare l’arte al centro del mondo, perché era convinto che l’arte avrebbe potuto, se non cambiare, quanto meno migliorare il mondo occidentale. L’arte era per lui il pharmakon con cui guarire il corpo ferito della società occidentale contemporanea. Per questo, i suoi mezzi espressivi erano il grasso animale e il feltro. Gli stessi che avevano curato il suo di corpo. Perché se la società era ferita da troppo consumismo, se la società aveva dimenticato il rapporto con la natura, quella società andava curata. E non dipingendo ma ragionando, disegnando ma scrivendo su lavagne teoremi che analizzavano il rapporto tra arte e capitale, uomo e natura, arte e vita.

È stato l’ultimo dei romantici, Joseph Beuys. L’ultimo europeo. L’ultimo tedesco. L’ultimo.

A distanza di trent’anni dalla sua morte (23 gennaio 1986) nessuno ha ancora preso il suo posto. Forse perché, oggi, nessuno crede più che l’arte possa essere la medicina adatta per curare una società malata. Purtroppo, aggiungo io.

Carlo Vanoni

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