Quando l’arte è davvero incontro fra popoli – When art is a true meeting between peoples

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Di  Paolo Magri – I muri emergono dalla terra, ne hanno il colore, la consistenza, un edificio figlio della roccia e degli ulivi, costruito tra il serpeggiare delle terrazze coltivate, a cavallo tra il verde ocra della macchia mediterranea e il cielo azzurro della Palestina. Posto sulla sommità di una collina, il nuovo Museo Palestinese a Birzeit, vicino a Ramallah in Cisgiordania, ha aperto le 1porte il 18 maggio in presenza del presidente Mahmoud Abbas. Un’istituzione indipendente dedicata alla promozione della cultura e della storia palestinese, finanziata da da più di 30 famiglie palestinesi e istituzioni private, incluse la Al-Qattan Foundation, la Banca della Palestina, e i fondi Arabi per lo sviluppo sociale e economico. Il museo, progettato dagli irlandesi Heneghan Peng architects e circondato dai giardini della paesaggista giordana Lara Zureikat, è un museo transnazionale, un hub in grado di far 2incontrare i palestinesi locali e quelli della diaspora, un’istituzione che vuole trascendere dai confini politici e geografici e dare una risposta positiva alle problematiche scaturite dal conflitto israeliano-palestinese. Marco Nereo Rotelli, classe 1955, artista internazionale impegnato tra l’Europa, gli Stati Uniti, il medio Oriente e la Cina, ha inaugurato il museo di Birzeit con una spettacolare installazione luminosa. L’artista veneziano ha proiettato sui muri dell’edificio parole e immagini sul tema dell’identità, utilizzando versi di poeti palestinesi, tra cui Mahmoud Darwish, dialogando con i vuoti e pieni dell’architettura, creando paesaggi, ottenendo, di figura in figura, una mobilità di linee che attraversano il tempo e i luoghi. Un percorso artistico, quello di Rotelli, iniziato sotto l’influenza di Emilio Vedova e approdato a un’arte totale che fonde pittura e supporto, riducendo il disegno a segno, a quell’elemento primo del linguaggio che veicola messaggi senza raffigurare direttamente gli oggetti: la parola. Rotelli traspone il disegno in scrittura. Dopo le installazioni sulla facciata del Petit Palais di Parigi nel 2000, il Bunker Poetico alla 49a Biennale di Venezia e 3l’installazione permanente del 2007 al Living Theatre di New York, con quest’opera Rotelli ribadisce che “l’arte è un territorio per costruire e rafforzare le radici dell’identità”. Con il pensiero l’artista trasforma l’edificio in una pagina di poesia, riscrive la tradizione di un popolo, la dedica alla diaspora degli uomini, alla forza della memoria. Per Rotelli dare un nome è tracciare un percorso cinetico: un’identità è vera se è in divenire. E l’arte è cultura, è segno dell’incontro tra i popoli.

 

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MARCO NEREO ROTELLI AT THE PALESTINIAN MUSEUM

By Paolo Magri – walls emerge from the earth, with the same color and consistency; an edifice born from stone and olive trees, built among the serpentine terraces of the landscape, in a color between ochre green, mediterranean scrub and the azure sky of Palestine. On the peak of a hill, the new Palestinian Museum in Birzeit, near Ramallah in the Palestinian Territories, opened its doors on May 18, with President Mahmoud Abbas in attendance. An independent institution dedicated to the promotion of Palestinian culture and history, the museum was financed by over 30 private Palestinian families and institutions, including the al-Qattan Foundation, the Bank of Palestine (privately owned), and the Arab Fund for Social and Economic Development. Designed by the Irish firm Heneghan Peng Architects, the building is encircled by gardens created by the Jordanian landscape artist Lara Zureijat. It is a transnational museum, a hub for encounters between local and diaspora Palestinians, an institution that seeks to transcend political and geographic borders and offer a positive response to the problems flowing from the Israel-Palestine conflict.Marco Rotelli, class of 1955, an international artist on the move between Europe, the US, the Middle East and China, inaugurated the Birzeit museum with a spectacular luminous installation. The Venetian artist projected words and images evoking the theme of identity onto the walls of the building, using verse by Palestinian poets, including Mahmoud Darwish. The luminous verse dialogues with the projecting spaces and hollows of the architecture, creating landscapes of linear and figural mobility that cross time and space. Rotelli’s artistic itinerary began under the influence of Emilio Vedova, developing into a total art that blends painting with its support structures and reduces drawing to a sign, to a word, that first element of language that becomes a vehicle of messages, without directly representing objects. Rotelli transposes drawing into writing. After his installations on the façade of the “Petit Palais” in Paris in 2000, the Bunker Poetico in Venice and the permanent installation for the Living Theater in New York in 2007, in his new work Rotelli reminds us that “art is a territory for rebuilding and reinforcing the roots of identity.” With this thought, the artist transforms the building into a page of poetry and rewrites the tradition of a people, dedicating the work to the diaspora and the power of memory. For Rotelli, giving a name is a way of tracing a kinetic itinerary: an identity is truest when it is in a state of becoming. And art is culture, a sign of a meeting among people.

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