di FRANCESCO MUTTI – È soprattutto una questione di rivelazione: al cospetto dell’arte l’intuito traduce il pensiero in verità assolute e prende il sopravvento sull’animo di chi sa vedere. Del resto l’arte stessa, in quanto comunicazione, è rivelazione. E probabilmente ogni aspetto della vita dipende dal rendere o meno noto ai nostri occhi ciò che, per sua natura, è nascosto o celato: almeno una volta lo si dovrebbe sperimentare di persona per capire, quando l’idea giunge improvvisa e tutto cambia.

5Marcello Pietrantoni è artista improvviso: sensibile come pochi altri, produce un’arte che ha bisogno di totale attenzione e di tempo, per rivelarsi. La sua ricerca è profonda, costante: celebrato architetto, Pietrantoni ha trovato in 60 anni di lavoro dedicato alla grande progettazione e dunque alla grande scultura il significato di quel fare che spinge l’uomo verso ideali più alti quali eternità e bellezza. Nel mitomodernismo – corrente a cui aderì con entusiasmo agli inizi degli anni ‘90 – egli recupera a sé proprio il concetto di bello come espressione assoluta del presente e non come ripetizione banale di un passato reso classico dal tempo stesso: una sterile reiterazione di stilemi, privati oltretutto di molti dei loro significati primigeni, rende infatti vacuo il contemporaneo, impoverendolo di dignità. Solo attraverso l’esaltazione dell’assoluto invece l’artista determina ideali morali ed estetici che trascendono le loro origini. Si faccia attenzione però: non si tratta di tradizione ma di matrice; non di banale collazione di canoni assodati quanto piuttosto di ricerca linguistica di coppie minime, ricomposte da Pietrantoni in forme base che superano la storia.

Il Pietrantoni architetto e scultore rimanda immediatamente ad architettura e scultura archetipe, codificate e riconosciute dall’umanità. Eppure, mediante figurazioni aliene nel senso universale del termine, egli realizza visioni antropomorfe di perfezione e di meraviglia estranee alla nostra realtà, dotate di una loro vitalità plausibile e insindacabile: è questo il carattere più intenso della sua opera, in quanto egli intende la forma non solo involucro ma anche sostanza. Terreno e ultraterreno (talvolta iperuranio) si fondono dunque nella materia bronzea in soluzioni plastiche inconsuete ed ardite le quali, velatamente ancestrali, hanno il potere visionario del reale.

Una tale complessità stilistica e intellettuale è decifrata oggi dal nuovo volume edito da Skira, “Pietrantoni 1955-2015”, nel quale gli acuti interventi di Stefano Zecchi, Chiara Terraneo, Andrea Branzi e Franco Torriani – come anche Pierre Restany, Vittorio Sgarbi, Giorgio di Genova e Gillo Dorfles, a dimostrazione dell’interesse rivolto dalla grande critica all’artista bresciano – fanno chiarezza sulla sua produzione, ripercorrendo con piglio analitico, puntuale e attento molte delle fasi sperimentali del Pietrantoni interprete, attraverso l’indagine storica e stilistica del suo essere architetto, pittore, scultore. La sua opera, d’altronde, appartiene a una realtà senza eguali che ha coinvolto persino grandi scrittori come Umberto Eco. Ed è più che un viaggio in un passato impossibile, oggi quanto mai contemporaneo: un bronzo minoico (Sagrada, 2013), un dio assiro (Zar di Sagapandino, 2015), un fasto egizio da Nuovo Regno (Giocoliere, 1993), fino all’espressione primitiva dell’idea animista della vita (Flor, 2011) attraverso gli occhi di una madre terra assorta e insensibile.

 

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by FRANCESCO MUTTI – Above all, it’s a question of revelation: in the realm of art, intuition translates thought into absolute truth that moves the spirit capable of vision. After all, art, as communication, is revelation. Every aspect of life depends on making visibile that which nature conceals: at least once in life, everyone should experience revelation in person, the moment when a sudden realization changes everything.

Marcello Pietrantoni is an artist of that sudden moment; more than many others, he combines total attention with time to create revelation. His research is deep and continuous. A celebrated architect over a 60-year career dedicated to major projects and large-scale sculpture, Pietrantoni has found meaning in doing that pushes the individual toward the high ideals of eternity and beauty. In the early 90s he joined the passionate movement called mitomodernismo, which restored the concept of beauty as an absolute expression of the present, rather than as a banal repetition of the past, a sterile reiteration of styles now devoid of their primeval meaning, leaving the present vacuous, robbed of dignity. Only through the exaltation of the absolute can an artist manifest moral and aesthetic ideals that transcend their origins. But don’t misunderstand: it is not a question of tradition but of matrix, not a banal collection of set canons, but of linguistic research into essential couples, recomposed by Pietrantoni into basic forms that overcome the limits of history.

As an architect and sculptor, Pietrantoni directly references architectural and sculptural archetypes that are codified and recognized by all humanity. But through figurations we might call alien (in the universal sense of the term), he creates anthropomorphic visions of perfection and wonder that come from beyond our familiar reality, but with their own plausible, undeniable vitality. This is the most intense character of his work: he intends form not only as container, but as substance. The earthly and the astral—the divine—meld in his audacious plastic handling of bronze, creating visionary works both ancestral and real.

This stylistic and intellectual complexity is deciphered in a new volume published by Skira, “Pietrantoni 1955-2015”, with contributions by Stefano Zecchi, Chiara Terraneo, Andrea Branzi and Franco Torriani, along with Pierre Restany, Vittorio Sgarbi, Giorgio di Genova and Gillo Dorfles, which testify to the interest of critics in the work of the artist from Brescia. The articles analyze Pietrantoni’s practice and work in detail, with particular attention to the architectural experimentation he has applied not only to buildings, but to painting and sculpture as well. His work belongs to a reality without equal that has fascinated even writers such as Umberto Eco. His voyage into the past is now more contemporary than ever, as experienced in his Minoan bronze, Sagrada, 2013; an Assyrian god, Zar di Sagapandino, 2015; the Egyptian New Kingdom pomp of Giocoliere, 1993, and the animist expressionism of Flor, 2011, all seen throught the eyes of an insensible mother earth, lost in thought.

 

 

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