La musica va dritta all’anima e le parla


Anche in guerra, i soldati intonavano canti: per darsi forza , per sentirsi parte di una identità nazionale, superstiziosamente per spaventare il nemico. Sorprendente, coraggiosa, commovente Italia che canta!


Ecco, sì : all’alba vincerò, vincerò, vincerò! Noi facciamoci consolare dalla Turandot di Puccini

 


Orgogliosa di appartenere a questo popolo recluso, ammalato, vilipeso che spontaneamente, senza retorica, si unisce attorno all’inno nazionale. Grande, struggente, meravigliosa Italia.


Mi rivedo: ho 23 anni, mattina presto, mi devo alzare, preparare la colazione, portare il mio bambino all’asilo. Una giornata come le altre, se non fosse per tutti quei puntini rossi a creare improbabili geometrie sulla pancia. Che saranno mai? Ho brividi di freddo, la febbre sale. Conviene chiamare il medico. Arriva subito e con lui diagnosi e prescrizioni: morbillo, devo restare a casa per 15 giorni. Mi metto a ridere, starà scherzando di sicuro, è giocherellone il mio dottore. Invece no, l’espressione rabbuiata, il tono di voce grave. Capisco che questa volta fa sul serio. Siamo a maggio, al maggio odoroso. Vedo dalla finestra la primavera che esplode, con gli alberi in fiore, il cielo limpido, il sole che fa capolino fra i tetti delle case. Con nostalgia già per ciò che mi è vietato, ripenso alle passeggiate al parco, ai primi bagni di mare, alla sabbia che rimane attaccata alla pelle umida, alle solite, semplici, piccole, gioiose cose che si fanno quando la stagione è bella. Mi sento in prigione, mi innervosisco, scalpito, impreco. Non serve a nulla. Così, prendo in mano un libro, svogliatamente, all’inizio. Se devo stare a casa, tanto vale che studi, mi esorto senza troppa convinzione. Yourcenar è fra i testi del programma. Leggo: le biblioteche sono gli ospedali dell’anima. E sia. In due settimane guarisco e sono pronta per tre esami universitari. Prenderò due trenta e un trenta e lode. Isolamento proficuo. E guardo, oggi, al di là dei vetri il mare e la sabbia morbida di questa Versilia così bella e desolata, che sembra invitarmi a scendere, che mi seduce come non mai. Il lento sciabordio delle onde quiete è come un sussurro dolce e pare che dica “ dai, sono qui, ti aspetto“. No, non ora. Non posso, non devo. Urge recuperare la forza che aveva, senza nemmeno saperlo, quella ragazzina di tanti anni fa. Voglio tornare quella che ero.


Venezia, il suono del silenzio. La voglia di tornare, l’impossibilità di partire. Passerà, niente è per sempre. Panta rei.


In questi giorni vediamo spesso i nostri connazionali cantare il nostro inno in segno di aggregazione: tanto per sapere che cosa cantiamo, eccovi un link di approfondimento

https://www.focus.it/cultura/storia/significato-parole-inno-di-mameli


Viareggio, la spiaggia sotto casa. Solo qualche giorno fa, quando ancora la boccata d’aria era concessa.

Lorella Pagnucco Salvemini

nella sua geografia dell’anima ha Venezia, la città natale, nel cuore e la Versilia eletta a buen retiro. Quando nell’adolescenza le chiedevano che cosa avrebbe desiderato fare da grande, rispondeva sicura: viaggiare e scrivere. Così, per raggiungere lo scopo, si è messa a studiare lingue prima, lettere poi. E sono oltre 30 anni che pubblica romanzi, saggi, scrive articoli, gira per il mondo. Ci sono tre cose - dice - di cui non può fare a meno: il mare, la scrittura, il caffè. Ah: è il direttore responsabile di ArteinWorld.

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