Neon in Contextual Play: Joseph Kosuth

COME INVENTARE UN MITO (MODERNO) INESISTENTE

Dopo annosi scontri fra black power, poliziotti irlandesi e netturbini italiani, New York era tornata vivibile: era diventata addirittura la Grande mela, meta di milionari e parvenu. Io non milionario né, parvenu, avevo ricevuto al Waldorf Astoria un invito per una serata memorabile. Nientemeno che a Soho, dove l’arte nuova spuntava con un rigoglio impetuoso e arrogante, tanto da far capire che quello era il centro del mondo, nel bene e nel male. Si trattava di commemorare un artista che io non avevo mai sentito rammentare, e che, giovanissimo – trentadue anni – aveva annegato le sue opere nell’Hudson e subito dopo si era annegato assieme a loro in un ultimo tragico tuffo nell’acqua gelida di una fredda primavera. Aveva voluto uccidere se stesso e la sua arte, che secondo, alcuni critici e direttori di musei, aveva mostrato fin agli inizi, una capacità espressiva notevole. “Non era l’artista che guardava l’opera – si leggeva nell’invito – era l’artista che faceva parte dell’opera stessa”. Di lui restava quasi nulla, solo il ricordo di amici ed estimatori che adesso volevano ricordare il suo valore .

“La signoria Vostra è invitata a partecipare”. La firma era quella di un noto artista che viveva con una altrettanto nota stella del porno, e del curatore di un buon centro museale in ascesa. La sera fatidica c’era la Manhattan che conta. E c’era un bel po’ d’America. Le chiacchiere si susseguivano, i martini con oliva pure, i pareri si intrecciavano: “Se non si fosse ucciso sarebbe un nuovo Pollock”. “No, no, qualcosa di molto più incisivo: di una aggressività compiuta”. Molti avevano visto le sue opere. Un paio lo avevano intervistato. Un importante collezionista ne possedeva tre tele di grandi dimensioni. Una rarità secondo un critico di Washington: “lui faceva solo tele di media grandezza”.

Infine parlò chi ci aveva invitato, ringraziò tutti per la presenza e spiegò che quella sera l’unica morte da commemorare era la fiducia nel prossimo. Il pittore non era mai esistito. Ma una cosa si era dimostrata: bastava che nella Grande mela uno inventasse l’inesistente e l’inesistente diventava mito. Ne nacque un pandemonio. Maestri e collezionisti erano stati sbugiardati. L’arte moderna mostrava di poter diventare un “autoinganno di massa” fomentato dai mercanti e procacciatori.

Sarà davvero così, mi chiedo ancora oggi, che ormai cresciuto non credo più alle streghe, ma neppure a certi iperbolici valori d’asta con i quali si aggiudicano non solo sconosciuti in corsa, ma maestri che hanno già corso fin troppo? Cifre, non arte. Che avesse ragione un critico senza soggezioni come John Berger?

Umberto Cecchi

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