I dati economici sono peggiorati, ma rimane intatta l’ironia

Napoli, nonostante tutto, propone ancora la sua bellezza sfrontata, il suo profilo rigoglioso. Alle spalle c’è un Covid che ha creato nuove solitudini. Molti posti di lavoro si son volatilizzati e l’economia della città è andata a picco. Ma c’è una filosofia esistenziale che permane, che non molla. È l’ironia sottile di Eduardo, l’aristocrazia colta del teatro napoletano che tutto involve e trasforma quotidianamente nella commedia umana. Il mare bagna ancora Napoli. Agili scugnizzi fanno ancora il bagno, quotidianamente, nell’ acqua inquinata. Divieto di balneazione.

Ma chi se n’è occupato mai? Nel frattempo, anche qui, gli stranieri sono scomparsi. Le isole vengono prese d’assalto solo nel fine settimana da turisti locali, il distanziamento è una sottile bugia. Alberghi e bed & breakfast ai minimi storici. Ci sarà un modo per venirne fuori. La cultura, invece, è riuscita a ripartire. Nel Museo di Capodimonte si ripropone “Napoli di lava porcellana e musica”, una mostra straordinaria. Mille oggetti, seicento porcellane delle Real fabbriche di Capodimonte, più di cento costumi del Teatro San Carlo, gli antichi strumenti musicali del Conservatorio S. Pietro a Majella e l’eco di tanti straordinari richiami.

I turisti stranieri sono scomparsi restano il pendolarismo locale e la sottile bugia del distanziamento

Un allestimento sorprendente che narra la storia di un’antica capitale, con il Regno delle Due Sicilie e il ‘700 che fanno da palcoscenico, nel percorso ritmico tra Carlo di Borbone e Ferdinando II. Merita sicuramente una visita. Dovrebbe proporsi almeno fino a settembre ma si pensa probabilmente a una proroga. Al Museo archeologico nazionale, nel frattempo, ecco “Thalassa, meraviglie sommerse dal Mediterraneo”, quattrocento reperti svelati attraverso l’archeologia subacquea. Un viaggio nella scultura delle più remote civiltà occidentali. Napoli che espone la sua bellezza aristocratica, aggrappandosi a un passato che oggi si intravede solo in filigrana. Via Toledo, cuore della città, non è più quella di una volta. Stendhal la definì “la strada più bella del mondo”.

Oggi è un brulicare di piccoli commerci, di vicoli che scendono costantemente, come vene varicose, di gente che sfila rapida in cerca di qualcosa. I ristoranti progressivamente scompaiono sostituiti da pizzerie, sempre più gourmet. I nuovi riti propiziatori della tavola sono tutti accompagnati dal lievito madre, dai pomodori, dal fior di latte, secondo regole antiche che qualcuno finge di trasformare in diverse. Una città povera che marcia come può, lontano da qualsiasi sirena europea. Cui è rimasto solo l’abbagliante incanto della sua costa frastagliata e solenne. Quella che aspetta tutti i giorni il mare, per sentirsi meno sola.

Giuseppe Scalera 

 

custodisce mille interessi. Giornalista, saggista, medico chirurgo plurispecialista, ma soprattutto napoletano, il mestiere forse più difficile e complesso. Ama la vivacità culturale, le tesi in penombra, la scrittura raffinata e ribelle. Ma ama anche la genialità del calcio e la creatività dell’arte. Crea le sue rubriche settimanali su alcuni quotidiani nazionali muovendosi sul pentagramma del costume, dei new-media, della cronaca. È stato più volte senatore e parlamentare della Repubblica perché era affascinato da quella battaglia delle idee che oggi sembra, apparentemente, scolorirsi.

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