Mona Hatoum: Multiculturale e minimalista – Multicultural and Minimalist

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in edicola Silvio Saura – Questa è la storia di una ragazza che voleva fare l’artista. Nata sulle sponde orientali del Mediterraneo da genitori palestinesi, dimostra fin dalla tenera età una certa attrazione per carta e matita. E fin qui, nulla di strano: a tutti i bambini piace colorare. Ma lei continua anche se i genitori non sono molto d’accordo, illustrando poesie e saggi scientifici. Hanno inizio le imposizioni religiose, il velo e lei si sente sempre meno a suo agio. Riesce, comunque, a finire gli studi di disegno grafico al College e, poco più che ventenne, entra in una agenzia di pubblicità. Tuttavia, non è soddisfatta del lavoro che svolge né delle opere che produce. Suo padre scappa dalla guerra in Palestina e, dopo molta fatica, trova impiego presso l’ambasciata inglese e, quindi , riesce ad assicurare passaporti britannici alla moglie e ai figli. Cosi la giovane è in vacanza a Londra quando nel suo paese scoppia la guerra civile e rimane costretta all’esilio. No, non parliamo di oggi. Mona-HatoumSiamo nel 1975 e la ragazza si chiama Mona Hatoum. Da quella permanenza forzata nel mondo occidentale è scaturita una ricerca profonda all’interno di se stessa e della sua spiritualità. Il suo lavoro si ispira al minimalismo, al surrealismo e al concettuale. In alcune occasioni, rievoca le radici palestinesi, portando qualcuno a vedere connessioni con il Medio-Oriente in tutte le sue opere, cosa che le dispiace. In realtà, ciò in cui riesce Hatoum è nel combinare differenti culture: è nata in Libano ma è palestinese, Londra, la ha adottata, e lei è riuscita a mixare il tutto, creando un linguaggio universale. Nelle sue singolari sculture Mona Hatoum trasforma oggetti quotidiani e familiari come sedie, culle e utensili da cucina in qualcosa di diverso, di minaccioso e pericoloso. Anche il corpo umano è reso ‘altro’ come in Corps étranger del 1994, o Gola Profonda del 1996, dove il viaggio endoscopico attraverso il paesaggio interiore del corpo dell’artista diviene performance. In Homebound ( 2000) e Sous Tension ( 1999) Hatoum assembla mobili e pezzi d’arredamento cablati assieme elettricamente, dove il rumore della corrente è facilmente udibile – combinando un senso di minaccia con un umorismo surreale per creare lavori che attirano lo spettatore sia dal punto di vista emotivo che intellettuale. In sculture più piccole, come Traffic ( 2004) e Twins (2006) utilizza materiali riciclati, carichi della patina del tempo e di risonanze personali che conferiscono alle sue creazioni una nota intima.

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Some of her sculptures transform familiar objects into threats

By Silvio Saura – This is the story of a girl who wanted to be an artist. Born to Palestinian parents on the eastern shores of the Mediterranean, from a tender age she revealed an attraction of pencil and paper. Nothing unusual in that: all children like to color. But this one continued even when her parents didn’t approve, illustrating poems and scientific papers. Religion imposed the veil on her, leaving her less and less at ease. But she managed to complete her school studies in graphic design and at the age of 20 went to work in an advertising agency. She was satisfied neither with the job nor with the work she produced. Her father escaped from the war in Palestine, and after much effort found a position at the English embassy, where he obtained British passports for his wife and children. Thus the young woman was on vacation in London when civil war broke out, and she was left an exile. No, we aren’t talking about the present. We are in 1975, and the young woman’s name is Mona Hatoum. From her forced residency in the west sprung forth a deep, spiritual self-exploration. Her work takes inspiration from Minimalism, Surrealism an Conceptual Art. Sometimes she evokes her Palestinian roots, revealing connections with the Middle East, but she doesn’t like to be defined in those terms. What Hatoum really does is to mix diverse cultures. A Palestinian born in Lebanon, adopted by London, she mixes them together to create a universal language. In her singular sculptures, Hatoum transforms everyday objects such as chairs, cribs and kitchen utensils into something threatening and dangerous. The human body also becomes “other”, as in Corps étranger (1994) or Deep Throat (1996) where an endoscopic journey into the interior of the artist’s body becomes a performance. In Homebound (2000) and Under Tension (1999), Hatoum assembles mobiles and pieces of household furnishings together, connecting them by an audibly buzzing electrical current, combining threat with surreal humor to create work that attracts the viewer both emotionally and intellectually. In smaller sculptures such as Traffic (2004) and Twins (2006), she uses recycled materials crusted with the patina of time and personal reminiscences that bestow a sense of intimacy on her work.

MONA HATOUM
TATE MODERN, LONDON
A CURA DI / CURATED BY CLARRIE WALLIS, CHRISTINE VAN ASSCHE
FINO / UNTIL 21/08

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