Mariapia Fanna Roncoroni

L’urlo del silenzio

L’omaggio della sua città di adozione a due anni dalla scomparsa

 

Libri Muti.
Perché?
Forse perché senza parole, senza contenuti, vuoti, inutili?
Libri Muti, sì, ma reliquari che conservano sigillati sedimenti di vita.
Libri Muti, sì, ma cortecce che soffocano l’urlo dell’artista-uomo di oggi.
Libri Muti, sì, ma testimoni vivi di impotenza e fallimento d’ideali.
Libri Muti, sì, ma vivai di semi nuovi.

 

“In principio Dio creò il punto di domanda e lo mise nel cuore dell’uomo”: da qui l’interrogativo Artista, chi sei?, frase che Mariapia Fanna Roncoroni (Milano 1925, Treviso 2018) ha voluto incisa in una lastra di marmo sulla finestra del suo atelier, quesito senza tempo ed eterno memento di una condizione che è anche esistenziale. La sua creatività ed originalità, in parallelo con la specificità di stile e contenuti riscontrabili nelle sue opere, fanno emergere una personalità autentica, con una formazione artistica internazionale alle spalle, influenzata sia da studi scientifici che dall’osservazione diretta della natura, che riversa il suo impegno nell’ambito della conquista dei diritti umani e della lotta contro la violenza verso le donne ed i bambini. A due anni dalla sua scomparsa, i Musei Civici di Treviso, sua città d’adozione, nelle due sedi del Museo Bailo e Casa Robegan, le rendono omaggio con una grande retrospettiva a cura di Myriam Zerbi e di Sabina Vianello, con oltre duecento opere realizzate nel corso di settant’anni di attività, dal 1948 al 2018, suddivise in un itinerario cronologico e tematico su progetto d’allestimento della scenografa Mara Zanette.

Percorrendo le sale della mostra, si ha la sensazione di compiere un viaggio interiore accompagnati dallo spirito dell’artista che riecheggia nei volti e nei pensieri trascritti dai suoi quaderni, simbolicamente incarnati in sculture, nella perenne ricerca di una totale libertà dell’essere ancora inappagata. Con un passaggio dal Figurativo all’Astrattismo, si va dai primi disegni di Parche e Figure raggomitolate, alle Teste in terracotta e bronzo con occhi ciechi come fori per “far respirare la materia”, agli Ovoidi lucidi e spaccati, ai Tetraincontri che nei loro incastri geometrici preludono ai LUILEI successivi. Nell’investigare il potere delle relazioni, con le sue implicazioni di genere e culturali, infatti, inventa e sperimenta idealmente e concretamente, secondo moduli matematici, il binomio strutturale LUILEI, scandito dalle cromie grigio-nero e magenta, il colore dell’energia in fieri, dell’autodeterminazione che esplode in Gemma Lei (1979), distinguendosi nettamente. LUILEI si alternano nel modulo quadrato e trovano il loro luogo d’incontro-scontro e mutazione nel “Labirinto” come metafora della vita: la chiave di uscita da questo spazio archetipico mentale formato dalle polarità maschile-femminile è il gioco, e il clown è la sola figura che, nella sua ambigua e inconsapevole leggerezza, può uscirne indenne, senza esserne travolto. Ma il Labirinto Crocevia (1983) bianco come la luce e l’Universo, con la sua rossa croce di bracci orizzontale-verticale di “Lei” inserita nel tondo di “Lui”, definisce il concetto di coppia ideale nel “volerla” o sceglierla attraverso il matrimonio, insieme alla necessità insita del sacrificio che il matrimonio stesso porta con sé, seppur in un’ottica di apertura verso l’orizzonte di un infinito possibile. Silenziosamente urlati e silenziosamente inespressi, i Libri Muti, di legno dipinto, gesso e terracotta, sono inchiodati alle loro parole invisibili come trappole di un “dare e un avere”, saldi o in bilico, o persino ricolmi di pagine liquide, quando, cessando di essere anonimi, divengono Libri d’Artista come il Libro d’Acqua delle “chiare fresche e dolci acque” petrarchesche, azzurre e trasparenti nel loro plexiglas.

Immenso dolore è quello che trapela dall’installazione Muta Protesta, che consta di nove stazioni costruite negli anni, con le casse da morto collocate in posizione verticale come sculture, delle quali una foderata internamente di disegni infantili trapassati da chiodi, laddove esternamente corrono nomi di vittime innocenti e nudi testimoni di atrocità commesse, mentre alleggia una preghiera unica verso il cielo, Libera nos a malo: l’artista esprime così tutta la sua amara impotenza di fronte al male perpetrato ai bambini di tutto il mondo.

Mariapia Fanna Roncoroni, sostenitrice della Mail Art e fondatrice del Centro Culturale Verifica 8+1, ha allestito personali e collettive in svariati musei, da Roma a Vienna, da Milano a Buenos Aires, da Düsseldorf a Parigi, da Lisbona a New York ed ha esposto alle Biennali di Venezia del 1995 e 2017. A Villa Fanna ai Venturali di Villorba (Treviso) ha sede l’Archivio e lo studio dell’artista, trasformato in atelier-museo.

 

Luisa Turchi

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