Osvaldo Licini alla Peggy Guggenheim a Venezia

IN VOLO FRA ANGELI E AMALASSUNTE
Con oltre 100 opere si rende omaggio a un grande dell’arte contemporanea

Fino al 14 gennaio, al Peggy Guggenheim Museum di Venezia le pareti saranno vestite con Amalassunte e Angeli caduti. Il protagonista è Osvaldo Licini, nato nel 1894 a Monte Vidon Corrado, nelle Marche. A cavallo del ‘900, ha percorso a testa alta le prime sei decadi del secolo seguente.

Con le cento opere in mostra si rende omaggio, a 60 anni di distanza, al vincitore del Gran Premio alla Pittura assegnato alla XXIX Biennale di Venezia. I suoi esordi, negli anni ‘10, sono all’insegna del sodalizio con Giorgio Morandi e Giacomo Vespignani, con cui espone e si fa notare dai futuristi. Nella prima sala si può notare la somiglianza anatomica tra le Bagnanti (1915) di Morandi e le Ballerine (1917) di Licini, a loro volta influenzati profondamente da Cézanne. Licini aderisce a questo clima secessionista in modo superficiale e principalmente sotto il punto di vista letterario. È un giovane irriverente e ribelle che resta affascinato dalla figura di Filippo Tommaso Marinetti. Dopo la grande guerra, si reca a Parigi dove stringe amicizia con Amedeo Modigliani e sulla scia della sua ricerca si cimenta nel nudo femminile con risultati chiaramente anticipati dal maestro di Livorno. La linea di Licini sta trovando un’identità che sarà il filo conduttore di tutta la sua carriera. È caratterizzata dall’essere volutamente incerta e vibrante, non si staglia netta sulle superfici per delineare forme monumentali o estetizzanti. Le figure sembrano chiudersi in una propria intimità, inviolabile. Un’opera davvero interessante è Arcangelo Gabriele (1919) in cui si nota come già in questi anni stesse prendendo forma un’immagine iconografica che nei decenni successivi è diventata uno dei simboli più rappresentativi della sua pittura. Nella stanza successiva, su una parete sono allineate tre opere rappresentanti dei casolari di campagna, rispettivamente di Carlo Carrà, Giorgio Morandi e il protagonista della mostra. Nel primo si avverte la forte ricerca volumetrica. La materia è compattata e struttura un edificio che, anche se piccolo e inserito in una boscaglia fitta che ne copre i lati, ha il sapore dell’antico, dell’immutabile. Nel secondo, il muro laterale occupa quasi metà dipinto. Quella parete è stata elevata al rango di presenza, è un edificio umanizzato, così come lo sono state le sue celebri nature morte. L’opera di Licini è più affine al percorso intrapreso da Morandi, ma si ribadisce la mancanza del criterio estetizzante. Il maestro livornese dipinge per consacrare gli oggetti umili, mentre quello di Monte Vidon Corrado vuole esprimere un tormento. Con un piede nella sala seguente, ma lo sguardo all’indietro per imprimere nella memoria la sequenza di dipinti, si nota un paesaggio con un capretto in primo piano, di schiena (Paesaggio Fantastico, 1927). Si resta letteralmente abbagliati da una simile opera. Il lungo collo dell’animale si inserisce sinuosamente nella vallata tra le due montagne, colmando il vuoto spaziale e costruendo un impianto piramidale che termina con le due corna. Il capretto ammira la natura da una posizione rialzata. Quest’opera è un ponte ideale tra Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich, di cui riprende l’impianto scenografico ma sostituisce il pellegrino con l’animale, e La Chèvre di Pablo Picasso, di cui anticipa il soggetto e il trattamento intimo della raffigurazione.

Con Paesaggio fantastico si chiude il percorso figurativo di Licini e si intraprende la tortuosa salita della pittura astratta.

Osvaldo Licini
Osvaldo Licini

I primi anni ‘30 sono segnati dall’avvicinamento alla Galleria del Milione, unico vero baluardo italiano della pittura non-figurativa durante il ventennio fascista. Nell’aprile del 1935, inaugura la sua personale che viene preceduta da quella di Lucio Fontana e seguita da quella di Fausto Melotti. In una sala ampia e bianca, vengono esposti in dialogo per ricreare il clima che si poteva respirare alla Galleria del Milione in quegli anni di fermento. Nonostante il tentativo di sganciarsi dalla figurazione, Licini non riuscirà mai a seguire alla lettera le indicazioni del teorico Carlo Belli, come quella riguardante l’eliminazione del titolo. Per Licini fornisce una chiave di interpretazione ironica del dipinto. Omettendolo significa perdersi nel magma del colore. Dal confronto con Melotti, si giunge alla Archipittura. Un nuovo stile basato sul ritmo e sulla sequenza musicale di linea e colore. Il segno diventa la chiave di sol che sbilancia e riporta in asse la sinfonia quando più lo desidera, mantenendo sempre una tensione di fondo che rende il tutto estremamente fragile e inaspettato.

Verso la fine degli anni ‘30, supera l’astrattismo geometrico per recuperare alcuni elementi propri del percorso figurativo. Si parla di “scritture enigmatiche” per indicare l’inserimento di numeri e simboli in composizioni apparentemente astratte. Questi segni vengono utilizzati non in quanto veicoli di significati ma come grafemi che strutturano un impianto grafico. In Figura T3 (1932-45) i numeri e le lettere sostituiscono occhi, naso e bocca. Olandese volante (1944) costituisce l’opera di passaggio che porta alle Amalassunte. Esse rappresentano l’ideale femminile presente in ogni elemento naturale. Si crea così la donna-luna, la donna-mano, la donna-collina e la donna-nuvola. Su tutti questi soggetti vengono innestate alcune caratteristiche del corpo e della sensualità femminile e si crea una sorta di armonia osmotica che dalla linea di orizzonte influenza la collina, poi la luna e infine la nuvola. Sono entità primordiali che non vivono nel nostro tempo, ma ne sono affascinate. Forniscono riparo e consolazione a “ogni cuore un poco stanco”.

Di fronte a Uomo di neve (1952) la mente ripercorre a ritroso le precedenti sale e torna a Paesaggio fantastico e nota come il profilo stilizzato del capretto sia stato riutilizzato per creare il naso e le sopracciglia della figura umana. Un secondo déjà vu si avverte all’ultima sala che è dedicata agli angeli ribelli. Da Arcangelo Gabriele a questa produzione sono trascorsi quasi quarant’anni. Ora l’angelo diventa il simbolo della figura umana che viene punita per aver tentato di superare i suoi limiti. Queste figure non sono armate di spade e pronte a ribellarsi, sono malinconiche e spente. Stanno danzando in cielo e intonando un lamento funebre.

Probabilmente Licini si rivedeva in questi angeli. Condivideva molto con loro, dall’essere una persona schiva che rifuggiva qualsiasi rumors al possedere una vena lirica e poetica unica. Questa mostra tiene alto il nome del primo artista italiano di sempre a vincere il Gran Premio per la Pittura.

Cesare Orler

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