Milano: Sheela Gowda all’Hangar Bicocca

La materia vo manipolando
L’artista utilizza materiali bizzarri come sterco, capelli, catrame e kumkum

In una delle navate del Pirelli Hangar Bicocca è in atto fino al 15 settembre la personale dell’artista indiana Sheela Gowda dal titolo “Remains”.
il percorso espositivo si apre con un’installazione che fonde i due lavori del 2015 And That Is No Lie e It Stands Fallen. Il risultato è una struttura effimera sospesa in parte in aria attraverso il sostegno di alcune corde e in parte poggiata al suolo con l’ausilio di un’ossatura metallica autoportante. La stoffa rossa zigzagata smentisce qualsiasi ipotesi architettonica conosciuta, invade lo spazio secondo un moto centrifugo e dona un senso di precarietà che fa desistere l’osservatore dall’inoltrarsi al suo interno. Secondo la dichiarazione della Gowda, dovrebbe ricordare una “Shamiana” ovvero una tenda indiana usata per celebrazioni laiche, religiose e politiche.

Il percorso prosegue con Kagebangara (2008) e nuovamente si assiste al tentativo di erigere un’abitazione con materiali di scarto. Il complesso sembra poter ospitare degli abitanti che però dovranno adattare il loro corpo agli spazi disponibili e non potranno invece imporre una conformazione all’architettura, come avviene nella cultura occidentale. Viene esaltato l’accostamento cromatico tra materiali di rifiuto per evidenziare una forza intrinseca che non scompare con il semplice abbandono dell’oggetto, ma persiste nelle fibre stesse del metallo, della ruggine e dei teli.

Stopover (2012) è un’installazione che conta duecento mortai per la macinatura delle spezie. Secondo la cultura indiana, erano collocati sui pavimenti delle cucine ed erano considerati sacri, proprio per questo anche dopo che caddero in disuso nessuno ebbe il coraggio di distruggerli. Tuttora questi cubi di pietra popolano l’immaginario collettivo e affollano le strade delle città, depositati come relitti della memoria.

Sheela Gowda li dissemina e disarticola lo spazio della scacchiera che dovrebbe idealmente contenerli. Hanno la stessa nobiltà dei capitelli dorici ai piedi del Partenone.

Mortar Line (1996) è composta da una doppia fila di mattoni realizzati a mano dall’artista impastando del letame. Questo sistema viene utilizzato tutt’oggi per l’edilizia indiana in quanto i materiali sono di facile reperimento e lavorazione. Una linea rossa di pigmento kumkum (di solito si usa a scopo rituale) percorre la fila di mattoni e ricorda il percorso di un fiume. Mortar può significare malta oppure mortaio e nel secondo caso alluderebbe alla forma dell’opera che ricorda la traiettoria di un proiettile.

Breaths (2002) è un tavolo sopra cui sono allineati diverse forme allungate che ricordano dei tronchi carbonizzati. Ogni cilindro è composto da fili di cotone intrisi di kumkum e avvolti in una garza nera che lascia liberi gli estremi. Il risultato sembra un tavolo dove è in corso l’autopsia di alcuni alberi che stanno “sanguinando” dopo un incendio. What Yet Remains (2017) è una delle opere più grandi e consiste nella disposizione su più strati di svariate lastre metalliche da cui sono state tagliate a mano otto forme circolari che una volta piegate sono diventate dei contenitori chiamati “bandli”, utili agli operai per il trasporto di sabbia e malta. Verso la fine della navata è installata If You Saw Desire (2015) che ricorda la primissima opera della mostra. Tre pali in acciaio tempestati di aste con affisse bandierine colorate sembrano cadere al suolo mettendo nuovamente in contrapposizione leggerezza e gravità, oltre a dialogare per contrasto con lo spazio dell’hangar.

Il percorso termina all’interno del Cubo dove si trova Collateral (2007): un elegante inno alla metamorfosi. L’artista ha collocato su tre piedistalli rettangolari degli elementi realizzati con un impasto di polvere di corteccia e carbone con cui solitamente si fabbrica l’incenso. Questi sono stati accesi e bruciano lentamente perdendo la conformazione originale e trasformandosi in cumuli di cenere dalle differenti tonalità di grigio.

La mostra, nel suo complesso, indaga materiali bizzarri come lo sterco, i capelli, il catrame, e il kumkum e ne esalta i valori tattili, olfattivi e cromatici.

Sheela Gowda è una artista che focalizza la sua attenzione sul processo creativo e sulla manipolazione della materia, più che sul risultato estetico dell’opera.

Cesare Orler

Mostra a cura di
Nuria Enguita e Lucia Aspesi.

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