Giorgio Andreotta Calò

Geologia mon amour
Una mostra suggestiva che indaga il sommerso

In tutte le biografie degli artisti, un soggiorno in particolare è sempre riportato con grande cura: il soggiorno a Venezia, vedi Dürer, Antonello da Messina, Rubens e Turner, solo per citarne alcuni.

Venezia non è solo una città: è un’atmosfera. Un microcosmo in cui molteplici fattori si combinano e instillano negli abitanti la famosa “venezianità”.

Camminare è l’unico modo per spostarsi via terra e non si procede orizzontalmente come in qualsiasi altro luogo, perché bisogna fare i conti con i ponti e gli infiniti dislivelli. Un secondo elemento è il clima particolarmente umido che, a braccetto con la nebbia, entra nelle ossa e anestetizza i sensi. Poi c’è l’acqua. Acqua sotto i piedi, si cammina su una città costruita su una laguna, acqua dalle caviglie alla vita quando si alza la marea, acqua che scende dall’alto durante le giornate di pioggia. Acqua ovunque.

Per qualcuno potrà sembrare un incubo. Per un artista è il paradiso.

Specie per chi ci nasce come Giorgio Andreotta Calò, in mostra al Pirelli Hangar Bicocca di Milano fino al 21 luglio 2019.

Era essenziale parlare di Venezia per comprendere il significato di gran parte delle opere e per cogliere l’efficacia con cui è riuscito a costruire le sensazioni di un’intera città dentro una sola sala. Lo spazio rettangolare dello Shed è stato destrutturato, utilizzando l’installazione che per dimensioni domina la mostra: Carotaggi (2014-2017).

La disposizione di decine di campioni di terra, prelevati dal sottosuolo lagunare, rispecchia la profondità di estrazione e crea un disegno le cui linee di fuga convergono verso la suggestiva gigantografia di 5 metri per 11 intitolata Città di Milano (2019) che fa da quinta scenica.

Camminare parallelamente ai carotaggi equivale a compiere una discesa verso il centro della terra e contemporaneamente tornare indietro nelle ere geologiche. Questo tipo di riflessione, parlando di Venezia, si riferisce alla precarietà del suolo su cui sono piantati i pali di legno sopra cui, a sua volta, si erge il capoluogo veneto. Potrebbe anche essere letto come il tentativo di riportare l’andamento sinusoidale delle onde e il cambio progressivo del colore dei campioni di suolo rispetta la variazione cromatica dell’acqua dei canali.

Sul lato destro, si trovano le Clessidre (2010-2013) che consistono nella coincidenza di due pali attaccati specularmente sulla sommità e ricoperti da una colata di bronzo. Mostrano come si consumino i pali dove si ormeggiano le gondole a causa del sali-scendi del livello dell’acqua. Questa sorta di clessidra naturale registra, attraverso il suo deperimento, lo scorrere del tempo e nel momento in cui Andreotta Calò ricopre tutto con il bronzo, sta trasformando l’oggetto in una scultura eterna: è la sospensione temporale, la fine del deterioramento di Venezia.

Le Meduse (2014-2018) del lato destro rappresentano nuovamente i pali di ormeggio che, quando la marea scende, si rendono visibili con tutte le loro alghe e incrostazioni. Appena al di sotto della medusa è collocato uno specchio orizzontale che, riflettendo la scultura, si finge acqua e dà vita alla “doppia architettura” veneziana. Queste opere richiamano la forma di una testa e potrebbero essere i ritratti degli eroi che permettono alla città di non affondare. Per vedere la profondità del sottosuolo e le incrostazioni dei pali significa che il nostro punto di vista è quello delle onde. Questa identificazione ci fa capire che noi, proprio come le maree, siamo colpevoli di quello che sta accadendo alla “Regina dell’Adriatico”.

La rassegna termina con Senza Titolo (Cavi, 2019) che apparentemente è un semplice frammento di cavo sottomarino utilizzato per la trasmissione di dati. In realtà questo oggetto, oltre a simboleggiare la trasmissione di informazioni tra luoghi distanti tra loro, recupera un aspetto della storia di Pirelli: la produzione di cavi sottomarini. Ecco che l’opera si lega non più solamente a Venezia e a tutto ciò che è sommerso, ma anche allo spazio espositivo che accoglie la mostra. A cura di Roberta Tenconi.

Cesare Orler

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