M’horò: il mistero continua – M’horò: the Mistery continues

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MARIA ELENA LODA – In principio era il vapore, con la sua vocazione di anacronistica tecnologia vittoriana. Poi il genio dello Steampunk disse: ‘E sia M’horò!’, e M’horò fu. Se si guardano le sue anticaglie industriali contorte ed ucroniche, esce una muta storia di universi alternativi: è il tripudio dell’officina, dove olio, bulloni e chiavi inglesi la fanno da padroni, in opposizione al mondo cyberpunk del software. È anche la filosofia del riciclo, e si vede dalla biografia dell’ artista: M’ Horo nasce, o meglio, ri-nasce dalle ceneri come l’araba Fenice il 26 maggio 2016, data in cui, spinto dall’ entusiasmo di Antonio Falbo, accetta di dare una cesura completa con la sua produzione precedente per reinventare se stesso: ‘immola alle fiamme’ tutti i suoi quadri – un ideale falò delle vanità che serve a propiziargli la nuovissima spinta creativa verso l’ ignoto della prima rivoluzione industriale – un salto all’ indietro, per andare avanti. Questo fuoco è forse la materia prima che l’artista utilizza per forgiare le sue sinuose opere, che a volte si deformano con le graziosità delle onde di Gaudì? Non lo sappiamo, perché M’Horo se ne tace; ma in quella data questo artista, di cui non conosciamo l’identità, fa il salto in una nuova operosità artistica: i suoi scarti di officina ripescati e riverniciati, vengono stravolti, girati, ritorti, fino a somigliare proprio al tempo ucronico delle clessidre, prendono la fisionomia di vetusti corsetti di metallo, si raggomitolano in sfere deformi che ricordano astrolabi bizzarri: ghiribizzi e bric à brac in una summa finale ricca di fascinazioni fantastico-utopistico.

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MARIA ELENA LODA – In the beginning there was steam, with its calling to embody anachronistic Victorian technology. Then the Steampunk genius exclaimed: ‘Let there be M’horò!’, and M’horò was. His antique industrial junk – gnarled bits of an alternate-history narrative – tells a silent story of alternative universes: on the one hand the triumph of the workshop, where oil, screws and wrenches rule the roost, on the other the cyberpunk world of software. These artefacts represent M’horò’s recycling philosophy, corroborated by the artist’s biography. M’horò was born, or rather re-born like a Phoenix rising from the ashes, on May 26, 2016. It was on that day that, motivated by Antonio Falco’s enthusiasm, M’horò agreed to cut with his previous work, in order to reinvent his artistic identity; he ‘immolated’ all his paintings by consigning them to a virtual bonfire of the vanities aimed at bringing about a brand new creative impetus towards the unknown of the first industrial revolution. In other words, he jumped back into the past, in order to step into the future. But is this fire the raw material the artist employs to mould his sinuous works, that sometimes warp with the grace of Gaudi’s waves? We do not know yet, since M’horò keeps silent. Nevertheless, on that date the artist, whose identity is still unknown, jumped into new artistic industriousness: his recovered, repainted workshop waste (turned upside down, flipped, and twisted until they look like a hourglass measuring the time of an alternative history) take the shape of outdated metal girdles and curl up in deformed spheres that remind us of bizarre astrolabes – whims and bric à brac of an ultimate summa rich in fantastic, utopian charm.

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