mostra di Mario Merz all'Hangar Bicocca, Milano

IL GIRO DEL MONDO IN OTTANTA METRI

31 Igloo dal 1968 al 2003 in mostra all’Hangar Bicocca di Milano fino al 24 Febbraio: sono queste le coordinate spazio-temporali della mastodontica rassegna curata da Vicente Todolí con la collaborazione della Fondazione Merz.

Due spesse e opache tende nere sorvegliano lo spazio espositivo da ogni minimo raggio di luce, impedendo la distorsione del buio all’interno dell’hangar. Oltrepassate queste “colonne d’Ercole” si apre uno spazio enorme, di difficile misurazione a causa della penombra che nasconde alla vista la fine del soffitto. All’altezza degli occhi si vede uno sfavillio di luci al neon.
“Se il nemico si concentra perde terreno se si disperde perde forza” recita una delle prime opere, in argilla quasi sgretolata. Per leggere questa scritta bisogna compiere tre giri intorno all’igloo (“Igloo di Giap”, 1968). Questa massima venne pronunciata dal generale vietcong durante la battaglia contro gli Stati Uniti e lo fece diventare il simbolo della lotta contro l’imperialismo americano.

“Objet cache-toi” (1968) recita una seconda, e nuovamente si è costretti a camminare lungo il perimetro.
La frase è tratta da un altro slogan, in questo caso studentesco: era contro il consumismo, in occasione delle proteste del 1968. In italiano, questo imperativo perentorio significa “oggetto nasconditi”, pertanto, sembra confermare la tesi secondo cui sia nascosto qualcosa al suo interno, un tesoro protetto da cuscinetti bianchi che paiono mattonelle.

mostra di Mario Merz all'Hangar Bicocca, Milano
Igloos – mostra di Mario Merz all’Hangar Bicocca, Milano

Un igloo può essere visto come una campana di vetro che, anziché riparare la rosa del Piccolo Principe, protegge a volte delle gemme preziose, altre dei semplici rami d’albero, altre contengono serie più piccole di igloo, come delle matrioske.
Questa abitazione è, inoltre, un confine fisico che delimita uno spazio privato, astraendolo dall’esterno. È una casa primordiale dalla massima sintesi strutturale. A Merz interessa il rapporto che si instaura tra i diversi materiali e tra gli spazi, gli ambienti.

“Luoghi senza strada” (1979) è il titolo di un altro, completamente ricoperto di cemento. In effetti, queste costruzioni glaciali si sviluppano in luoghi proibitivi, in cui l’uomo fatica a insediarsi e dove può facilmente perdersi. In mezzo alle distese di ghiaccio non esistono riferimenti. L’igloo è tondo, non ha direzionalità, cosa che invece si può riscontrare negli orientamenti delle absidi delle chiese, rivolte a Oriente.
A volte, questo spazio inviolato viene trafitto da un cuneo affilato che, come nell’opera davanti all’ingresso, fa gocciolare l’acqua in un secchio (“La goccia d’acqua”, 1987). Questo fenomeno è davvero particolare. Una goccia può scendere con frequenze diverse, in punti variabili e con dimensioni differenti. È un elemento che esprime una forte tensione, la stessa che l’artista vuole evidenziare con l’incontro/scontro tra materiali.

Spesso è presente la serie di Fibonacci, rigorosamente al neon.
La celebre sequenza numerica, in cui ogni valore è il risultato della somma dei precedenti numeri della serie, si può riscontrare in molti elementi naturali come nei petali dei fiori, nella disposizione delle foglie e nel rapporto tra braccio e avambraccio. È un valore che collega uomo, ambiente e natura, consentendo di percepire la struttura sferica come un Eden in cui tutto può coesistere.
Alcuni di questi lavori hanno pareti trasparenti, altri opache; alcuni in vetro e altri in argilla; alcuni rivestiti da tende leggere (“Tenda di Gheddafi”, 1981), altri da fascine di vite (“La pianta della vita nella sfera occidentale”, 1991). Attraverso la pluralità di materiali utilizzati a scopo edilizio, questo percorso si trasforma in un giro del mondo, non in ottanta giorni, ma in appena ottanta metri. Un viaggio tra i sapori del legno, dei minerali, delle lastre di vetro, della carta da giornale, del neon e del calcestruzzo.

Arrivati alla penultima opera, si inizia, come per tutte le altre, a camminarci intorno e si legge “Le case girano intorno a noi o noi giriamo intorno alle case?” (1994). Fulmine a ciel sereno.
La disposizione delle opere è disordinata (in ordine cronologico, ma senza rispettare una scacchiera spaziale): obbliga continuamente a viaggiare seguendo itinerari apparentemente senza senso, a camminare in tondo svariate volte. Tutto questo permette di capire che l’uomo, ribadendo un percorso, crea i confini delle strutture, un dentro e un fuori, una zona di intimità e una dimensione pubblica, uno spazio inalterabile e un mondo in continua evoluzione.

Compiere ripetuti giri attorno a un igloo porta a considerarlo un’entità dotata di spazialità, che si impone nel vivere quotidiano. Si è obbligati a riconoscerne l’esistenza e instaurare un rapporto. Già il fatto di schivarlo e non andarci a sbattere crea un contatto, e nemmeno paritario. Noi giriamo intorno a lui, non il contrario. È l’igloo il protagonista che si è fatto osservare da migliaia di persone tutto il giorno. Merz trasforma delle semisfere di materia inerte in star di Hollywood che non si degnano di avanzare o arretrare, spetta a noi fotografi la fatica di immortalarle, come se non fossero sufficienti i libri di storia dell’arte, dove è già finito di diritto, a consacrarlo all’eternità.

MARIO MERZ
IGLOOS
PIRELLI HANGAR BICOCCA
MILANO/MILAN
A CURA DI/CURATED BY
VINCENZO TODOLÍ
FINO/UNTIL 24/02/2019

Cesare Orler

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