Quanto rispetto per Lucio

A 86 anni se ne va anche Lucio Del Pezzo. Di questi tempi, tra il covid e le cause naturali, abbiamo i calli ai polpastrelli a forza di sfogliare le pagine dei necrologi, ma quando viene a mancare un artista l’intero settore ne sente terribilmente la mancanza.

Del Pezzo è uno di quegli artisti sempre rappresentato alle fiere, soprattutto negli ultimi due anni. Tra addetti ai lavori quando si fanno i nomi degli artisti più sottovalutati dal mercato il suo c’è sempre e lo si indica con rispetto e ammirazione. Nessuno sa spiegarsi il perché. Si potrebbe accusare il sistema, le aste, le gallerie e perfino i collezionisti, ma forse non si giungerebbe ad alcuna conclusione. Del Pezzo è stato un artista avanti negli anni Cinquanta e avanti persino ora e come al solito serve tempo e soprattutto coraggio per capire.

Se si va ad analizzare la biografia si resterebbe a bocca aperta.

1958 adesione al Gruppo 58; 1959 adesione al Manifeste de Naples; mostra nel 1960, a soli 27 anni, alla Galleria Schwarz di Milano insieme alle opere di de Chirico, Carrà, Morandi e Sironi; nel 1965 partecipaz alla mostra di inaugurazione dello Studio Marconi, galleria che proporrà le opere dell’artista napoletano per lungo tempo; 1966 sala personale alla Biennale di Venezia; negli anni ‘70 importanti mostre curate da Guido Ballo e Arturo Carlo Quintavalle lo proiettano su un mercato internazionale; nel 1979 ottiene la cattedra di Ricerche sperimentali sulla pittura all’Accademia di belle arti di Milano.

L’elenco sarebbe molto lungo ma nonostante questo non renderebbe ancora pienamente l’idea del valore artistico di Lucio Del Pezzo, per farlo c’è bisogno di vedere le opere, di mettersi in discussione e accettare le sue critiche al sistema consumistico attraverso lavori che a tratti si intersecano con la poetica del Nouveau réalisme, a tratti accarezzano l’arte nucleare e in alcuni casi mostrano tangenze con il concretismo.

Visual box è il termine con cui battezza la sua più splendente creatura e che utilizza per indicare proprio la doppia natura dei suoi lavori (immagine-oggetto fisico). Si tratta di pannelli di legno, spesso monocromi e meglio ancora se a fondo oro, su cui viene disposta una griglia ordinata che all’interno di ogni casella ospita un oggetto insignificante come un ovetto di legno, una trottola, un bersaglio, una piramide, un arcobaleno, una stella di David, un birillo, una clessidra e più in generale forme geometriche colorate. Non si tratta di recuperare la spazzatura e gli scarti del quotidiano per nobilitarli a protagonisti dell’opera d’arte sulla falsa riga della mostra Le Plein di Arman tenuta alla Galerie Iris Clert a Parigi nel 1960; si intende invece misurare, catalogare e ordinare gli ingranaggi deboli del sistema. L’urgenza espressiva viene addomesticata e l’opera è pervasa dal rigore e da una chiarezza espositiva che illumina l’osservatore sull’ambiguità e l’ironia di un sistema che insegue il progresso e non riflette sui propri passi.

Di solito quando si trattano questi temi e li si affronta con il pugno di ferro si fatica a non perdere il controllo. Del Pezzo risulta sempre pacato, estremamente dolce nel colore e poetico nell’accostamento metafisico di forme che iniziano ad assumere valenze fortemente simboliche. Si dice che quando viene a mancare un artista le sue opere continuino a testimoniarne la presenza. Speriamo aiutino i collezionisti non solo a ricordarlo ma a rendersi conto di quanto poco sia stato compreso un artista di questo calibro e di quanto possa ancora insegnare loro.

 

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