Morgan Rockwell - Thanksgiving day

Se ieri il mondo era tinto di rosa, oggi i toni sono dark

Alcuni giorni fa, in piazza dei Ciompi a Firenze, in una bancarella di libri usati ho trovato alcune riviste americane fine anni ’50: quelle patinate che al tempo erano dedicate alla middle class, ricche di notizie su giardini e arredamenti d’interni delle case borghesi americane. Il disegnatore era quell’eccezionale Norman Rockwell che derivava i suoi lavori dalla fotografia e che aveva soppiantato, nel ritrarre la borghesia Usa, Henry Patrick Raleigh, che gli americani non amavano più ed era finito in miseria dilapidando i lauti compensi ricevuti. Rokwell lo cancellò dalle simpatie dei lettori e lo battè nei guadagni favolosi, basti pensare che veniva pagato dagli editori con cifre che oggi varrebbero dai cinquemila ai trentacinquemila dollari a bozzetto. Quest’ultima cifra fu pagata a Rockwell dal Saturday Evening Post nel 1951, per una illustrazione che celebrava il Thanksgiving day.

Rivedere oggi quei lavori, uno dei quali ritrae lo stesso Rockwell che disegna i suoi americani, è sorprendente. Non tanto per la bella grafica, quanto per la filosofia che contengono. C’è un’America ottimista, una classe media felice e sicura di se stessa; giovani virgulti con calzini bianchi e pantaloncini corti ben stirati, lui, e gonna plissettata e calzette immacolate, lei, acconciata con un gran fiocco rosa fra i capelli. Il padre, come tutti i padri di Rockwell, indossa uno Stetson, un doppiopetto Brooks Brothers, scarpe marroni abbaglianti di lucido e sole, guarda con scintillanti ottimistici occhi azzurri i ragazzi, appoggiato a una Cadillac rosa parcheggiata sul vialetto di casa, a tu per tu con un giardino splendente di fiori appena sbocciati. La madre, in vestaglia rosa con risvolti al collo e ai polsi decorati con piume, ha ancora in testa i bigodini della notte, trascorsa fra un decoroso coronamento sessuale e un sonno ristoratore pronta a un nuovo giorno da dedicare alla patria alla famiglia e al Signore. Nel cielo un sole superbo, luminoso, augura il buongiorno a tutti.

Eccola la forza di Rockwell: mettere da una parte gli anni duri della guerra, gli anni e dei disastri ambientali dei Faulkner, degli O’Neill e dei Caldwell, quelli delle foto drammatiche di Dorotea Lange, impegnarsi a cancellare dubbi e offrire certezze con la promessa della felicità e del sogno americano. Cosa che piace a tutti: piccoli borghesi e grandi finanzieri. Non importa cercare: nelle tavole non ci sono uragani, disastri, non un nero che passa, non c’è un Woody Guthrie che canta ‘questa terra è la mia terra’, né la solitudine di Edward Hopper, né si intravede affatto che i giovinetti ben pettinati e sorridenti diventeranno ventenni sotto la pioggia di Woodstock, rivoluzionando il rivoluzionabile, chiedendo amore libero e gettando sul fuoco gli indumenti intimi né che a raccontare c’è già Andy Warhol con la sua gente delle strade, stranita davanti a cineprese rapaci.

Gli illustratori di oggi, a differenza di Rochwell, ci danno ‘tavole’ allucinanti, creature stravolte alla Crumb, angosciate alla Will Eisner o assetate di sesso alla Aline. Ieri il presente era colorato con un oceanico pinky optimism, oggi prevale un tetro dark time in attesa di giorni futuri ancora impossibili da leggere ma poco rassicuranti. Henry Patrick Raleigh e Norman Rockwell erano i portavoce strapagati e affidabili di un’idea assoluta di sicurezza finanziata dallo estabilishment, oggi ogni fumettista ogni illustratore sopravvissuto alla fotografia, ha dentro la sua creatività, un po’ della Guernica picassiana. Sconvolgimento e tragedia. E spesso una confusione che sovrasta e aggroviglia il segno, come in un grounded trip.

Umberto Cecchi

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