Quand’ero inviato del Sole

In questo periodo di forzata reclusione il tempo si consegna a noi con una diversa misura ovvero sembra riproporre i ritmi di un mondo lontano quando le cose seguivano la cadenza di una più ricercata consapevolezza. Nell’attuale circostanza la gente recupera il perduto e prezioso significato della casa e dei ricordi dimenticati dalla fretta di consumare e di rincorrere le ore e i giorni. Anch’io mi sono trovato in questa condizione che si sta trasformando in un insolito privilegio come se il destino volesse offrirci un risarcimento nell’attuale difficoltà esistenziale. Mettendo in ordine le carte e gli appunti sepolti nei cassetti ho recuperato le memorie di alcuni incontri con determinati personaggi dove talora la letteratura e l’arte trovavano un felice punto di fusione. Ecco il primo.

 

Nel dicembre del 1985 avevo saputo che Jorge Luis Borges sarebbe stato ospite di Armando Verdiglione nella villa San Carlo Borromeo di Senago, poco distante da Milano. A quel tempo collaboravo alle pagine culturali della domenica de Il Sole 24 Ore e riuscii a ottenere un incontro col celebre poeta grazie ai buoni uffici di Vincenzo Accame, ottimo artista visivo, che ricopriva un importante incarico alla Bompiani. Quando Maria Kodama, sua assistente e compagna di vita, mi introdusse nella stanza in cui mi attendeva, seduto in poltrona, il grande vecchio della letteratura mondiale, avvenne qualcosa di inatteso. “Chi è?”, chiese Borges. “È l’inviato de Il Sole “, rispose Maria. Un sorriso illuminò gli occhi senza sguardo e dalla bocca uscì di getto, in un forbito italiano, una lirica improvvisazione intorno al sole e alla luna che ho il rammarico di non aver trascritto in qualche misura. L’incantamento che ne seguì condusse i nostri discorsi su un terreno non previsto, almeno da me. Avendo saputo che mi interessavo d’arte, espresse la nostalgia degli autori di cui aveva potuto apprezzare le opere prima della cecità; El Greco e Velázquez, tra gli altri. I colori dei loro quadri, alcuni particolari toni, gli erano rimasti ben impressi nei pensieri e li aveva trasferiti nelle parole e nella costruzione delle frasi trasformandole in variegate composizioni pittoriche. Da allora sono trascorsi molti anni e oggi, pensando a quel magico momento e riandando in particolare all’impareggiabile descrizione del suo “azul”, sono scaturite queste riflessioni in versi:

 

L’azzurro che dicevi, l’azul
era per te un colore
che ancora non conosco.
Lo pronunciava lo sguardo interiore
allietato dalla memoria;
non avevi bisogno della conferma
che acceca la conoscenza.
L’azul di El Greco, l’azul del cielo,
l’azul di una parola
(anche palabra e amor s’ammantano d’azul)
non li potevo distinguere
come li distinguevi tu
nell’estasi del pronunciamento.
Quante cose s’imparano
senza doverle vedere.

 

è nato a Genova e vive a Pegli con uno sguardo ai monti e uno al mare dal cui contrasto nasce l’ispirazione. Si occupa d’arte contemporanea da più di quarant’anni avendo avuto la fortuna di conoscere e di frequentare importanti artisti come Enrico Baj, Arnaldo Pomodoro e Fernando Botero, tanto per citarne alcuni, cercando di indagare l’intima motivazione del loro gesto creativo da riversare nei testi di presentazione di mostre in spazi pubblici e privati italiani e stranieri. L’incontro con “Arte in” è avvenuto nel 1993 in occasione di una copertina dedicata a Ugo Nespolo. E da quel momento non ci siamo più lasciati.

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