Dal film "Sapore di Mare" di Enrico Vanzina

L’ESTATE DEI CAFONAL DA CAPRI A FORTE DEI MARMI

È arrivata l’estate, finalmente. Che vacanze scegliere, quest’anno? Colpa dell’economia che non tira, più brevi rispetto al passato, quando ancora esisteva la villeggiatura e le famiglie si trasferivano da giugno a settembre nelle località balneari. Tanti, inoltre, si devono accontentare di mete turistiche a buon mercato, fra zanzare, pargoli scalmanati, madri urlanti più dei loro figli, padri in calzini e canottiera. Altri, i pochi privilegiati che possono ancora permetterseli, continuano a frequentare i lidi più chic: Portofino, Porto Cervo, Forte dei Marmi, Capri. Un paradiso terrestre dopo l’altro, se non fosse che qui, adesso, tocca imparare a convivere con l’orda barbarica, grossolana e chiassosa, dei nuovi ricchi. Una fauna interessante, che urla “passami il Cartier” per dire l’accendino, o “dov’è il mio Rolex” per dire l’orologio. Persone che organizzano mega-party, “tanto paga lo sponsor”, in ville firmate da architetti bizzarri, che si atteggiano a Wright e progettano come geometri di provincia, imponendo un gusto da savana al 44° parallelo nord. Attricette in cerca di fortuna, in attesa di farsi rimorchiare sull’imbarcazione grande quanto un transatlantico di qualche sceicco o petroliere esotico in trasferta. Bambolone siliconate, così politically correct da dichiarare di non avere pregiudizi né contro l’islam, né contro il miliardario. E, mentre accarezzano con lo sguardo l’anello da 100mila euro appena ricevuto in dono (del resto accettato solo “per educazione”), prontamente giurano di amare l’emiro o il magnate russo “per come è dentro”. Donne in carriera che, lasciato in città il gessato scuro, si esibiscono in perizoma leopardato e cubano fra le labbra da fumare voluttuosamente. E tutti – cafoni e burini in testa – a lamentare: “Sì, però la Costa Smeralda, la Versilia, perfino Cortina non sono più come una volta”, con tanto di voce nasale e erre moscia che “fanno così fino”. Troppi svip, insomma. Con la loro volgarità roboante e ostentata a volte, finanche, divertono. Più spesso, fanno vergognare di trovarsi allo stesso ristorante e, talvolta, alla stessa tavola. Irritazione aristocratica e démodé per la mancanza di stile? Non solo. Pensiamo, per esempio, che questi ciarlieri signori, che si vantano di spendere 80mila euro per il pieno della barca e 30mila per una bottiglia prestigiosa ordinata in un locale famoso, sono gli stessi che poi entrano in una galleria d’arte a comprare ciò in cui sanno riconoscersi: un’opera qualsiasi, purché kitsch e molto cara. Del tutto privi della benché minima preparazione estetica, finiscono per confondere il valore con il prezzo, felici di spendere cifre da capogiro per capolavori che sono tali solo nella loro testa. Per via della legge della domanda e dell’offerta, chi vuole vendere o fallisce, o si adegua. C’è poco da stare allegri: inesorabilmente, il destino dell’arte sta nelle inanellate, grassocce, sudaticce mani di questo genere di committenti.

Cardinale Piccolomini, magnifico Lorenzo dove siete?

Lorella Pagnucco Salvemini

 

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