DARIO NARDELLA Un giorno da pecora, Rai Radio2

Un uomo che suona con trasporto uno strumento delicato come il violino può rifondare Firenze

Caro sindaco, permetti una riflessione a un vecchio giornalista che ha visto e scritto sulle tre vite dell’ultima Firenze: quella prealluvione, dignitosamente colta, ricca di curiosità e di voglia di esprimersi di fronte al mondo; quella postalluvione, viziata dalle migliaia di persone arrivate da ogni angolo della terra per recuperarla dalle acque e che poi hanno aperto la strada a milioni di turisti, che arrivano, passano come locuste nei campi e si lasciano dietro solo gli avanzi con un sempre più scarso interesse per la sua storia e sempre più attrazione per i souvenir e la pizza al taglio.

A pranzo sostano sulle scale di Santa Maria del Fiore e dopo cena amoreggiano sugli scalini di Santa Croce, sotto lo sguardo sdegnato di Dante. Ma è solo Dante a sdegnarsi, sindaco, non la città diventata opulenta in una sorta di trionfante mercimonio. E adesso si è alla terza fase: quella Covid-19 e sarà davvero difficile affrontarla con tali recenti eredità alle spalle. Bisogna capire quale domani ci aspetta, e come affrontarlo. Come far rinascere questo immenso museo a cielo aperto, e non solo: questo patrimonio di idee che i nostri predecessori ci hanno lasciato in eredità. È da quando, un paio di mesi fa, una notte, vagavo con il magone per la città resa deserta dalle ordinanze e dalla paura del male, che avevo voglia di scriverti questa lettera aperta, solo, sperduto in una Firenze nuda d’orpelli, vuota di “barbari” (intendimi: barbari alla greca, cioè stranieri). La città mi era addosso come quando da ragazzo cercavo, lungarno, il bagno della ‘Vagaloggia’, dove il Vespucci che abitava lì davanti, aveva imparato a nuotare.

Respirava appena, la città raccontandomi vecchie storie, antichi ricordi e io guardavo passare le ombre e pensavo che ti avrei scritto. Perché mi eri sembrato un sindaco diverso. Ti confesso che mi avevi incuriosito notevolmente la sera che per la prima volta ti ascoltai suonare il tuo violino. Pensai che un uomo che suona con tanto trasporto uno strumento così delicato, può davvero fare il sindaco di Firenze. Può rileggere la città, riannodare la sua secolare avventura adeguandola ai tempi nuovi, difficili, spesso cinici e superficiali, eticamente ed esteticamente in crisi di credibilità. Vittima, come tutto il resto nel mondo di rapaci compagnie di viaggi; dello specchietto per le allodole, la scatola illusionistica della pubblicità, – hai notato? Famiglie estasiate che ballano per casa per aver il sapone giusto per la lavatrice – pubblicità di un consumismo sfrenato che maschera la realtà, scatenato dai grandi complessi che tendono a ridurci tutti quanti a numeri da computerizzare come possibili acquirenti, ignorando i problemi sociali, e trasformando la cultura di massa una pizza al taglio.

Forse sarebbe meglio dimenticare gli eventi che lasciano per le vie e le piazze solo rifiuti e bottiglie

Quello che chiamiamo cultura oggi è semplicemente un comodo modo di dire di chi genera eventi per una notte di baldoria, o per una serata pessimamente ribattezzata apericena, dove c’è di tutto meno che un po’ di cultura. Che non è una cosa specifica che può vivere sola, è tante cose assieme in armonia fra loro. È un modo di pensare la propria esistenza e la propria città sotto gli aspetti più diversi, meno modaioli, meno glamour ma più contenutistici e aderenti al vero. E Firenze è la città più adatta a tutto questo: è la città dove la cultura, se coltivata nel modo giusto, attecchisce, ma purtroppo da tempo nessuno la coltiva più: solo rassegne precotte pensate a Milano dagli addetti al nostro svago, eventi – pessima parola – che creano caos e lasciano per le piazze e le strade vetri di bottiglie, vestigia incivili di un modo di divertirsi sfrenatamente idiota che l’industria dell’evento sposa di sera in sera da una città all’altra. Una volta c’era la Pergola con la sua rassegna dei teatri stabili, un appuntamento memorabile: l’Europa a Firenze.

C’era il Comunale con i suoi grandi appuntamenti del Maggio, una fatica immane, oggi, portarlo avanti in una città che per la maggior parte lo ignora. Lo dico per certo sindaco, perché un tuo predecessore mi aveva chiamato nel consiglio di amministrazione: i cittadini non si frugavano certo tasca per aiutare la lirica. E c’era la “città sul monte” che La Pira con il suo testardo impegno aveva promosso a luogo internazionale di appuntamenti sociali, politici o religiosi che richiamavano l’attenzione di grandi corrispondenti e di saggisti internazionali. E prima che Milano se la fagocitasse c’era la moda femminile e c’erano le case editrici che avevano fatto la cultura italiana del ‘900 sparite senza reazione alcuna da parte nostra, così come c’erano le gallerie d’arte con iniziative sempre nuove nel settore della ricerca: sono sparite quasi tutte assieme ai pittori che un tempo qui erano di casa.

De Chirico pensò in Santa Croce la sua sconvolgente pittura. Le rassegne di cinema avevano un ruolo indiscutibile non solo per i cinefili, ma anche per gli appassionati. E nelle mattinate libere c’era la defunta via Tornabuoni; ne ricordo il funerale organizzato di commercianti, un giorno che ero con Tiziano Terzani alla libreria Seber: fummo proditoriamente accusati di aver permesso la fine del ristorante Doney, della Profumeria Inglese e le annunciate chiusure di Giacosa e Seber. La Seber era cultura da sé sola con quella sua penombra, l’odore del legno e della carta, il direttore sempre disponibile a consigliare, a informare su ogni uscita di opera. Non era un grande, asettico, magazzino del libro. Oggi tutto questo è sparito. Che ci va a fare ormai un fiorentino in via Tornabuoni? Prendere un Negroni al bar dove è stato inventato ma che ormai non c’è più, se non un facsimile in via della Spada? Restano i panini tartufati di quando eravamo ragazzi.

Ma non ti voglio annoiare con la lista delle cose perdute, né con quella lunghissima delle nuove cose accumulatesi per le strade cittadine come negozi di orpelli vari, ambulanti senza rispetto alcuno per i luoghi, scarpe, scarpe, scarpe e pizze al taglio. Forse ti ricordi le assurde polemiche contro l’arrivo di McDonald, che fu stoppato perché ritenuto inadatto alla città? Più tardi fu considerato adatto tutto l’immaginabile nel centro storico, dalle collinette di macedonie seppellite da panna, paninoni imbottiti esposti nelle vetrine, e così via. Antiestetici di sicuro, se buoni o cattivi non so. Uno degli ultimi negozi di libri antichi è sparito da qualche anno da via della Vigna. Restano ancora alcuni intramontabili ma per quanto? Tutte cose queste – a parte la solita pizza come fossimo a Napoli – delle quali Firenze rischia di dover fare a meno, tradendo la sua anima e la sua intelligenza.

Prima del Covid-19 si era parlato di un gradito ritorno della “Vallecchi” che ha insegnato il mestiere a mezzi editori italiani e ha pubblicato tutto il meglio del nostro ‘900, ma il Coronavirus mi ha fatto perdere i contatti, sindaco, e non so più se il progetto andrà avanti, Un progetto che dovresti seguire. Il Covid-19 prima o poi ci lascerà finalmente tornare a noi, liberi di vagare per le strade e di rimettere insieme la Firenze che vorremmo: una città del mondo unica, assolutamente unica nel suo genere perché da sola rappresenta l’eredità culturale di tante città, e quindi degna d’essere visitata ma anche degna di rispetto. Il meccanismo della ripresa sarà straziante, traumatico, da principio dovremo fare da soli, dovranno dunque venir calmierate certe rendite di posizione molte delle quali (affitti astronomici all’altezza di New York) sono la causa del “carofirenze”, ma spetta a te gestirlo e spetta a te – e mi auguro tu lo faccia – pensare al ruolo migliore per la città.

Far tornare la gente giusta che porti idee, porti lavoro, porti novità, che organizzi iniziative di grande respiro. Una notizia che mi è arrivata in questi giorni – ma va controllata– mi ha stupito ma non poi troppo: pare che il nostro Ateneo abbia chiuso il corso di Storia del Risorgimento Italiano, una scelta incredibile in una realtà come la nostra dove i giovani non sanno chi abbia “fatto” l’Italia, e su quale cultura poggiasse il Risorgimento. Ho un sondaggio mio personale: su 8 giovani per 3 l’ha fatta Mussolini, per 4 i partigiani. Una eccezione: “l’ha fatta Aldo Moro ma gliel’hanno fatta pagare”. Perdonami sindaco questa intemerata, ma in questi giorni suonando il tuo violino, in pace con te stesso, pensa che potrai essere davvero, volendo, il rifondatore di una nuova Firenze. Quello che conta, credo, è che tu ti liberi dalle panie del passato, che tu ti circondi non da chi ha preso più voti, ma da chi ha idee, ama, conosce e vuol far rispettare la città. Ti abbraccio e ti auguro in bocca al lupo.

È un lettore non un bibliofilo. La cosa migliore che ha fatto - dice - è stata dirigere “La Nazione”. Lo rifarebbe. Come inviato speciale ha girato il mondo, con pioggia o sole. Ricorda con feroce rimpianto quando fu dirottato nei cieli dell'America Latina, fu lì lì per essere eliminato, o quando con il collega Sarchielli fu prigioniero dei “ragazzi” di Pol Pot. Li salvarono i vietnamiti, crederci o no, e non dimentica mai una notte di morte con la Fallaci, in Piazza dei Martiri a Beirut, fu quando vide due lune. Ha chiacchierato con gran piacere con Nelson Mandela, Yasser Arafat, Giáp imparando molto. Ha scritto tanti libri - troppi secondo lui. Preferisce ricordare il primo: “La luna di Harar” su Rimbaud in Africa e l'ultimo su Oriana Fallaci: “Cercami dov'è il dolore”. Ha circa ventimila volumi, incerto se bruciarli personalmente o farli bruciare da chi gli succederà. Li ha consultati tutti. Forse anche una sola pagina, quella che gli serviva, ma tutti. E seguita a farlo perché invecchia continuando a imparare come sosteneva Mimnermo: gheràsco d'aèi pollà didascòmenos. Scrive perché non sa fare altro, ma solo se ne ha voglia. Si limita a citare soltanto “La Nuova Antologia” di Spadolini, “La Nazione” e ovviamente “ARTEiN World”. Gli altri, tipo “Il Post”, non contano.

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