Quest’esperienza, per molti versi eretica, ci ha addestrati al dovere della rinuncia. Improvvisamente, ci siamo resi conto dell’inutilità della nostra corsa al consumismo, della futilità di tante scelte quotidiane, delle inutili appendici della nostra vita. Un bagno salutare di ascetismo economico, fisico, sociale. Un rapido ritorno alle generazioni del passato, quelle che vivevano con poco, amministrando sapientemente le loro giornate. Una scoperta decisamente nuova, soprattutto per i più giovani, fin troppo abituati ad inseguire le mode e i totem dell’era digitale.

E di fronte allo smarrimento generale ha ripreso valore il sostegno di una telefonata, di una e-mail, di una qualsiasi scialuppa alla quale aggrapparsi. Siamo tutti dentro una straordinaria, planetaria terapia psicologica che coinvolge i nostri umori quotidiani, i nostri dubbi, le nostre speranze. E il cibo, con tutte le sue lusinghe, non può essere l’unica, utile risposta alle nostre ansie. Dentro di noi non c’è solo il tema della morte che avanza. Non ci sono solo le drammatiche immagini dei camion dell’esercito a Bergamo, la tristezza di chi non può dare l’addio con una carezza al proprio caro, la rabbia di non poterlo accompagnare nell’ultimo tragitto. Ma c’è anche l’incredulità per un mondo che non conoscevamo e che mai avremmo avuto modo di prevedere. Il senso oscuro del destino che avanza, imprevedibile, la paura per i nostri cari, l’incertezza sul domani. Sensazioni nuove, sentimenti mai provati, riflessioni a basso voltaggio. E, nelle rare uscite, la voglia di non incrociare nessuno, di cambiare marciapiede, di scrutare da lontano gli altri pedoni per porsi a metri di distanza, improvvisamente portati ad evitare in slalom i propri simili, indisponibili a fornire anche la più timida delle informazioni. Un mondo nuovo, impermeabile a qualsiasi minima frequentazione, vettore di un isolamento inedito, di un eremitaggio sconosciuto. Mentre la fragilità umana si fa strada, attraverso i vicoli di quell’incredibile clausura che sembra non avere mai fine.

custodisce mille interessi. Giornalista, saggista, medico chirurgo plurispecialista, ma soprattutto napoletano, il mestiere forse più difficile e complesso. Ama la vivacità culturale, le tesi in penombra, la scrittura raffinata e ribelle. Ma ama anche la genialità del calcio e la creatività dell’arte. Crea le sue rubriche settimanali su alcuni quotidiani nazionali muovendosi sul pentagramma del costume, dei new-media, della cronaca. È stato più volte senatore e parlamentare della Repubblica perché era affascinato da quella battaglia delle idee che oggi sembra, apparentemente, scolorirsi.

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