zecchi_stefanoDi Stefano Zecchi – In tutti i sondaggi emerge che tra le prime esigenze della gente c’è la sicurezza. Un’esigenza vera. Una città sicura è la città bella. Sembra un’affermazione provocatoria: cosa c’è di più inutile della bellezza, proprio da un punto di vista pratico, funzionale? Sicurezza dovrebbe significare controllo della regolarità della vita degli abitanti, aumento delle forze dell’ordine per la vigilanza, giustizia efficiente. In tutto questo, cosa c’entra la bellezza? Pensare alla bellezza di una città vuol dire immaginare che il perimetro in cui si racchiudono le nostre esistenze abbia una capacità di aggregazione e di trasmissione di valori positivi di relazione. Si consideri con uno sguardo molto rapido quale sia il significato della bellezza in una delle numerose città d’arte. Cosa sarebbe Venezia senza la bellezza che chiunque le riconosce? Niente; o, se si vuole, un’altra realtà qualsiasi, anonima. La bellezza di Venezia racconta il senso di una civiltà, perché – Aristotele lo dimostra – l’arte spiega molto più e meglio della storia. Dunque, per capire Venezia si deve capire il perché della sua bellezza. La bellezza è sempre stata una forza progettuale, utopica, visionaria, mai dissolutiva, reattiva, distruttiva. È costruzione nel segno della massima qualità da realizzare. Si consideri, ora, sempre in modo molto rapido, cosa rappresenti, proprio da un punto di vista della qualità, la periferia di una grande città. Nel nostro vocabolario quotidiano la parola “periferia” indica, ormai, senza tante sfumature, un luogo di degrado, dove non si vorrebbe mai andare a vivere. Perché? Perché la bellezza di un luogo è alla base del coinvolgimento dei cittadini a partecipare alle ritualità collettive fondamentali per la vita di una città. Dove c’è bellezza, c’è storia, e chi abita in quella storia si sente uno dei tanti protagonisti che, nel corso del tempo, è stato in quella città. Questo sentimento genera rispetto; se c’è quell’educazione estetica che aiuta a comprendere il valore dell’ambiente che ci circonda, si è maggiormente consapevoli di quanto amore si debba avere per gli spazi pubblici in cui si vive. Difenderli, proteggerli, esaltarli sempre più nella loro bellezza. Quando la bellezza di una città viene sacrificata a favore della funzionalità ed economicità dell’abitare, i risultati si otterranno a danno sia dei principi elementari su cui si basa l’aggregazione dei cittadini, sia del loro reciproco rispetto che dovrebbe essere imposto dalla qualità del luogo. Le periferie urbane, sempre più luoghi della violenza e della volgarità, hanno una storia; c’è un pensiero che le ha volute, che ha creduto fosse importante costruirle per concentrare in luoghi economici, esterni al centro della città, i lavoratori, gli operai: la fabbrica e la casa; il luogo del lavoro e il dormitorio. In questo contesto, gli architetti – grandi celebrità – hanno pensato che si potesse sviluppare la coscienza di classe, lontano dal contagio borghese che vive nel centro della città. Così è sorta la cosiddetta città di Gropius a Berlino, una realtà abitativa disgustosa; così è nata a Marsiglia l’Unitè d’Habitation di Le Corbusier, una realtà abitativa invivibile; così il Corviale a Roma di Mario Fiorentino, impossibile descrivere le sua indecenza; così lo Zen a Palermo di Vittorio Gregotti, al di là del male. E l’elenco è purtroppo chilometrico, in cui spiccano architetti devoti all’ideologia di sinistra, che mai si sono sognati di andare ad abitare nelle periferie da loro progettate, preferendo, ovviamente, abitare nel borghesissimo centro storico, bello. Il degrado delle periferie è irrecuperabile, perché lì è impossibile far vivere la bellezza. Le periferie andrebbero abbattute, non c’è altra possibilità per rispettare le persone. Si dovrebbe, invece, ripensare le zone limitrofe cittadine nel segno di una bellezza che s’irradia a partire dal centro storico urbano. Non ci sarà mai città sicura, se non si riesce ad armonizzare nella bellezza i suoi luoghi abitativi, i suoi temi civili, religiosi, educativi.

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WIDELY CONSIDERED MERELY UGLY, URBAN OUTSKIRTS ALSO RISK BEING LOST FOREVER

Polls show that living in safety is among people’s highest priorities It’s a necessity: a safe city is a beautiful city. It sounds like a provocative statement: after all, what is more functionally useless than beauty? Safety should mean control over the normal life of the inhabitants by increasing the numbers of the guardians of safety, improving vigilance and assuring efficient justice. What does beauty have to do with all that? Considering the beauty of a city means imagining that the physical parameters that enclose our daily lives have the ability to collect and transmit positive relational values. A quick glance reveals the importance of beauty in any of the many cities famous for art. What would Venice be without its beauty, evident to everyone? Nothing, for without that, it would simply be another anonymous place. The beauty of Venice bespeaks a sense of civilization, because, as Artistotle demonstrates, art explains values much more directly, and much better, than history. In order to understand Venice, we must understand its beauty. Beauty has always been a utopian, visionary, intentional force, never reactive, destructive, or disintegrative. It is creation focused toward the highest possible quality. Think about what the outskirts of a great city represent in terms of quality. In our daily vocabulary, the word “periphery”-outskirts-flatly indicates a place of decay, a place no one would ever want to live. Why? Because the beauty of a place is at the base of a citizenry’s commitment to participating in the collective rituals fundamental to the life of a city. Where there is beauty, there is history, and those who live in that history feel themselves protagonists of the history that city that has developed over many years. This feeling generates respect; if there exists the aesthetic education that helps people understand the value of the environment that surrounds us, we are more aware of how much love we should have for the places we live in. We want to defend our beloved places, protect them, and improve them in their beauty. When the beauty of a city is sacrificed in favor of functionality and economics, the results damage both the fundamental principles around which citizens gather, and their reciprocal respect, which the quality of their surroundings should reinforce. Urban outskirts, which are ever more places of violence and vulgarity, have their own history. Someone wanted those places to become that way, and believed it was important to build them that way in order to concentrate the workers, their homes and factories outside the city centers. In this context, famous architects believed that they could develop class consciousness, far from the bourgeois contagion of the town centers. Thus arose Gropius’s, repulsive so-called city in Berlin; thus was born Le Corbusier’s l’Unitè d’Habitation in Marseilles; thus Mario Fiorentino’s Corviale in Rome, in its indecribable indecency; thus Vittorio Gregotti’s Zen in Palermo, beyond the sea. The list, unfortunately, goes on for miles, full of names of leftist architects who would never have dreamed of going to live the the peripheries they designed, preferring insteaad the beautiful bourgeois central cities. The decay of the outskirts cannot be reversed, because beauty cannot live there. The structures should be knocked down; there is no alternative that is also respectful of people. Instead, we have to rethink the outer edges of our cities, conceiving them as extensions of the beauty that radiates out from the historical city center. There will never be a safe city without harmonizing the beauty of its residential areas, and their civil, religious and educational principles.

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