MICHELANGELO MERISI DA CARAVAGGIO, San Girolamo scrivente, 1608 Concattedrale di San Giovanni, La Valletta, Malta

Si riaffaccia la morte, che credevamo di avere rimosso

Morte
Ci avete fatto caso? Dopo anni che la morte era quasi sparita dal vocabolario della lingua italiana, sostituita da sinonimi più o meno adeguati, ma tutti impegnati a tenere alla larga la parola tabù che una società opulenta, benestante, più legata all’estetica – magari brutta – che non ai valori etici – ormai rimasugli destinati al rottamatore – e quasi convinta d’aver scoperto il segreto dell’immortalità, è improvvisamente tornata, trionfando all’ora di pranzo e di cena sugli schermi della tv. Morti a sfare. Una processione di numeri, di rapporti e proporzioni dei morti del giorno. Una volta si sarebbe detto decessi, o peggio ancora “oggi sono venuti a mancare”, o peggio ancora “sono venuti meno” o “hanno lasciato i loro cari affranti dal dolore” e così via. Oggi no: oggi sono morti, a centinaia a migliaia, valanghe di morti che si accumulano nelle colonnine dei grafici. E noi attenti, a commentare: “sono più di ieri, non ti pare, aumentano ogni giorno questi morti”.

Il fatto è che non sono più morti, sono numeri, solo numeri e ne discutiamo facendo bilanci come se si trattasse di auto vendute o invendute. Dietro quei numeri c’è il nulla: non un’emozione, forse solo un vago timore che scacciamo lavandoci le mani con una bella insaponata, come Ponzio Pilato. Come invita a fare la propaganda anticoronavirus che poco dopo la pubblicità, il vero dittatore del nostro tempo, ci indica la marca giusta di sapone. Quella sicura per non morire. Insomma, la parola morte è tornata, ma ha lasciato per strada il suo significato. Ma se è tornata la morte sono in compenso spariti i morti. Chiusi i cimiteri, visite possibili su appuntamento, nessuna salma visibile in attesa. Chiese sbarrate. Nessun rito funebre “presente cadavere” e nemmeno assente. Vi ricordate il Foscolo de “I sepolcri”? “Dal di che nozze e tribunali e are – diero alle umane belve esser pietose”, il rito era quello del sepolcro che poteva destare il ricordo del defunto. Ora la cosa è più complessa, della maggior parte dei morti spariti nel nulla resta una ciotola di cenere confusa forse con altre ceneri. Sì la morte è tornata ma sono spariti i morti.

Resilienza
La maggior parte della popolazione italiana, a meno che non si sia occupata di metalmeccanica, non sa cosa significhi la parola resilienza che sembra impegnata a prendere a “resistenza”, non solo il suono ma in un certo senso anche il significato, anche se la resistenza è un impegno forte, duro, pronto a far muro mentre la resilienza è una resistenza elastica: diciamo che rimbalza. Una grossa trave colpita da una mazza non si rompe, flette ed è questo flettere, la resilienza. Il verbo resilio è latino, letteralmente significa “fare un salto indietro”.

Ora il punto è chi deve far resilienza di fronte a ciò che sta accadendo? Le grandi società internazionali che manovrano stati e politici e hanno fame di nomi per le loro attività, imponendo le sempre più scassate repubbliche a infilare sempre più la via della startup, delle tecnologie e delle varie telefonie. Repubbliche che alle sollecitazioni di cambiamenti telematici dai privati rispondono come muri di gomma, svicolando, secondo il sistema soluzionista seguito un po’ in tutta Europa e tirano avanti, imponendo, per acquietare i grandi che vogliono una popolazione sempre più tecnologica, pronta a rispondere alla loro offerte, la app sanitaria sui nostri cellulari con dentro tutto di noi stessi, che fa loro un gran comodo.

In fondo molte delle iniziative anticoronavirus sono state suggerite, progettate e sviluppate in questo quadro che è un vero compromesso tra la privacy di ognuno di noi e la nostra salute. Saranno i governi a essere resilienti di fronte a queste pressioni, oppure dobbiamo essere noi cittadini che dobbiamo far resilienza a tutto questo, respingere questa catalogazione informatica, rifiutare la formazione di una società della sopravvivenza, che non tiene conto dell’assetto sociale del paese, dei bisogni della gente, dei diritti umani, ma pensa solo a accrescere i propri affari. Con la fine del coronavirus, ci troviamo di fronte a uno stato fino a ora soluzionista , che ha accettato queste imposizioni adattandosi o tirando di lungo come soluzione più semplice. O così o ci troveremo di fronte a un dilemma: o la vecchia scassata repubblica sempre pencolante in mano a troppo padroni, o una soluzione totalitaria. E allora la resilienza dovrebbe diventare davvero “resistenza”. Nota. Chi voglia sapere qualcosa di più legga le tesi di Yuval Noah Hariri dove c’è tutto sul dopocoronavirus, manca solo anima e diritti umani: un vero inno alle Grandi Industrie del Mondo.

Robert J. Ross

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