Le mille facce della montagna

Questa mostra che nasce da un’idea di Mario Zanon e ha l’obiettivo sia di valorizzare l’arte locale, sia di creare un circuito di artisti che periodicamente si ritrovino per esporre insieme e fornire una voce corale al territorio. La curatrice Giulia Cirillo ha avuto il compito di selezionare gli artisti che meglio potessero rappresentare le sfaccettature del territorio e il risultato è stata una collettiva di 4 pittori, 2 scultori e 1 fotografo.

L’inaugurazione si è tenuta a Madonna di Campiglio presso la Galleria Orler la sera del 20 luglio. La curatrice ha impostato la serata seguendo un format fresco, interattivo e coinvolgente che ha catturato l’interesse delle oltre cinquanta persone presenti in sala per tutta la durata della presentazione.

Le mille facce della montagna
Le mille facce della montagna

Dopo gli onori di casa e i ringraziamenti iniziali, la curatrice ha introdotto il primo pittore, Matteo Lencioni. I suoi acrilici su tela rappresentano vedute di varie vette campigliane con una resa tecnica impeccabile, “nonostante questo è ancora un’astrazione” afferma l’artista, “entrando nei dettagli più minuti, prima o poi, si dovrà per forza compiere un’astrazione”. Negli ultimi dipinti introduce il collage celando brevi sezioni di paesaggio che lui chiama “pause del pensiero” in cui non basta più la semplice contemplazione, ma è necessaria una riflessione personale che vada a completare le lacune ripristinando l’immagine. Il tutto è accompagnato da linee di disegno e forme geometriche monocromatiche che regolano lo spazio, ne dividono i piani e sottintendono, oltre a un voluto non finito, una sorta di guida alla lettura dell’opera.

Il secondo artista è Andrea Romanello. Un pittore che tratta un tema attuale e impellente come la salvaguardia dell’ambiente. Non uno dei tanti che sulla scia dell’interesse mediatico parla di ecologia mettendo in scena la devastazione ma senza fornire un’adeguata risposta. Romanello fa la sua parte a partire dai pigmenti che lui stesso prepara, rigorosamente tempera all’uovo senza componenti inquinanti, per arrivare ai soggetti delle sue tele. Un protagonista ricorrente come il girasole, incurvato verso il basso a indicare l’appassimento, viene rivitalizzato grazie alle pennellate energiche e sofferte, di un giallo inebriante che accende il profondo sfondo nero.

Daniela Casoni è la terza pittrice e per certi aspetti quella che più sfugge a qualsiasi etichetta. Iniziamo dicendo che il suo stile è quello di non avere un unico stile. Modifica la sua pittura in base al soggetto che commissiona il dipinto. Dove sta la riconoscibilità? Nell’empatia che riesce a creare con il modello da ritrarre. Casoni cerca di conoscere il soggetto e cogliere quell’essenza che si fa catturare solo nel momento in cui viene vestita con una pittura su misura. Il tutto arricchito da un modo di procedere davvero unico. La particolarità sta nell’essere affetta da maculopatia e questo la costringe a dividere l’opera in piccole sezioni da dipingere singolarmente, non potendo cogliere l’insieme. Una pittura che evolverà secondo criteri imprevedibili con l’evoluzione del disturbo e con la personalità dei nuovi committenti.

Il quarto è l’unico fotografo, Paolo Bisti. È l’artista all’interno del cui lavoro meglio si nota la doppia faccia di una località che vede alternarsi alta e bassa stagione. Esordisce affermando che preferisce mostrare ciò che la sua città sicuramente non è, ovvero un parco giochi. Il ponte natalizio, con luci, pupazzi di neve, interminabili code davanti allo skilift, sci in spalla e odore di bombardino passeggiando per le vie del centro potrebbero indurre a pensare che quel paese dei balocchi si animi solamente di quella vitalità che Bisti immortala con fotografie a colori e personaggi sfumati per coglierne il febbrile andirivieni per i negozi. Madonna di Campiglio è anche, e soprattutto, silenzio, pace e sospensione temporale. Una dimensione sconosciuta al turista, ma che il fotografo rende con efficaci scatti in bianco e nero.

Le mille facce della montagna
Le mille facce della montagna

È il turno di Ferruccio Bonapace. Lo scultore opera prevalentemente su legno ma se la cava davvero bene anche con il ghiaccio a giudicare dal primo premio vinto a Ottawa in Canada.

Tra i soggetti preferiti ci sono i lavori tipici del luogo come il boscaiolo e gli animali della montagna come caprioli, orsi, gufi e cervi. Bonapace non si limita a scolpire l’animale, scolpisce il suo incontro con l’animale. Ecco che l’orso è in piedi su due zampe a fissare da 80 metri Ferruccio, il gufo torce la testa e il capriolo lo squadra dal costolone di roccia su cui si è inerpicato. Ognuno di loro non può fare a meno di una connotazione spaziale che ce lo faccia percepire all’interno del suo habitat e a questo ruolo adempie la base finemente lavorata.

Il secondo scultore è Andrea Viviani che ci parla della sua esperienza con il mezzo a lui più congeniale: la ceramica. Dopo alcune spiegazioni tecniche come temperatura di cottura e lavorazione del materiale, spiega come le sue due dimensioni di sviluppo preferite siano verticale e orizzontale. In entrambi i casi il tentativo è quello di creare opere site specific in dialogo non solo con il luogo ma tra di loro. Il ruolo di Viviani sta nell’orchestrare la sinfonia di sculture. Giocano sempre sulla contrapposizione tra la fragilità della ceramica e la massa scultorea che rappresenta strutture massicce e solide che si elevano in equilibrio precario come scaturite dalla terra stessa.

L’ultimo artista è Fulvio Cimarolli che per complicazioni dovute alla sua salute non è potuto essere presente. Così Giulia Cirillo dà voce al suo lavoro presentando la scultura che apre questa rassegna “Fuck” che insieme alle tele che rappresentano i teschi testimoniano la sua volontà di esorcizzare la morte e allontanarla dal suo cospetto. Non il solito stereotipo dello scheletro incappucciato che brandisce la falce, ma il suo abbattimento. Cimarolli si insinua all’interno di quella serie di artisti, capeggiati da Damien Hirst e Gabriel Orozco, che distruggono il simbolo e ne capovolgono i contenuti, in questo caso sfruttando una pittura di matrice un po’ Pop e un po’ gestuale.

La presentazione si conclude con l’intervento di Riccardo Gusmaroli che attesta come sia davvero difficile approcciarsi all’arte in una località dove il paesaggio e le montagne hanno una potenza visiva tale da schiacciare qualunque opera prodotta dall’uomo e ammira gli artisti che hanno il coraggio di misurarsi con un simile scenario.

La mostra si è conclusa il 27 luglio e le svariate centinaia di visitatori che hanno affollato la sala della cultura di Madonna di Campiglio hanno confermato l’ottima riuscita di questo evento, portando Mario Zanon a dichiarare che il prossimo anno verrà replicato, le aspettative sono altissime. Non resta che attendere il 2020.

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