Renate Bertlmann - FOTO RICCARDO BIANCHINI - Austrian Pavilion, Venice -Art Biennale 2019

Quando dici interessante e pensi minaccioso
Da un’isola all’altra in giro per la laguna cercando la bellezza (che appare di rado)

L’arte riflette il nostro mondo e la situazione del nostro vivere e non c’è molto da stare allegri. L’artista ha gli occhi aperti su quello che succede e le opere esposte a Venezia in Biennale ci guidano anche (o soprattutto?) attraverso i malesseri dei nostri tempi.

Si parte dall’ambiguità del titolo, un cosiddetto antico anatema cinese, May you live in interesting time, una sorta di maledizione («che tu possa ritrovarti a vivere in tempi minacciosi») forse mai stata cinese e forse mai lanciata, entrata comunque nei modi di dire anglofoni, pur se infondata. L’intento è programmatico: in tempi di fake news in cui la falsità ha lo stesso peso del vero, il curatore della 58esima Biennale, Ralph Rugoff, già dal titolo della sua Biennale ci invita a porci almeno un dubbio, sui nostri punti di vista e sulle nostre certezze, facendo destreggiare il popolo dell’arte tra pensieri, situazioni, significati e ordini diversi, opposti e contraddittori.

Alexandra Birchkn

All’inizio dell’attraversamento dei suggestivi spazi dell’Arsenale il passo viene subito fermato a contatto con l’angoscia, che non riesce ancora a diventare rabbia, di un’umanità degradata e ferita, che emerge dagli scatti notturni dell’indiano Soham Gupta, il percorso poi è un continuo incontro con violenza, sopraffazione, paura, minaccia, abbandono, morte: dal grottesco di terrifiche maschere bestiali, che spaventano i grandi più che i bambini, dello statunitense Caneron Jamie, proseguendo attraverso l’apocalittica perdita di speranza e svuotamento di uomini privati di ogni riferimento alla vita che, appesi a grucce pendono da scale che non hanno portato a nessun paradiso della tedesca Alexandra Bircken, alla cascata di brandelli neri di una notte infinita di carta nella sventrata caverna del primo padiglione del Madacascar alla Biennale. Del grigiore del Padiglione Italia dico solo il titolo «Né altra né questa. La sfida del labirinto».

Ripenso al grande fotografo Sebastiao Salgado che, dopo aver documentato efferatezze e atrocità, stragi e l’inferno di esodi e torture e fame e nefasti genocidi, mette in terra, una dopo l’altra, milioni di piantine di futuri alberi e fa nascere, dove c’era aridità e secco, una verde e fresca foresta pluviale.

Cerco rifugio, leggerezza, grazia, semi di quella bellezza che esiste e va cercata e preservata, curata, difesa. Dall’orrido come dalla banalità.

Arazzo di El Anatsui

Un moto di entusiasmo esplode con il colore e porta vitalità e sorriso alle Artiglierie, nel padiglione del Ghana, presenza propulsiva, ricca di creatività, per la prima volta alla Biennale. Intenso e luminoso è il giallo dei grandi arazzi di El Anatsui (il piú importante scultore africano della sua generazione, ha 75 anni), fatti di tappi di bottiglia e fili di rame cuciti insieme, che alludono alla Terra che cambia pelle, e riecheggiano, parafrasando il senso, i tessuti preziosi e lo sfarzo di costumi da cerimonia. I materiali di recupero riprendono vita nella produzione artistica facendo brillare sprazzi di bellezza possibile.

Il Lussemburgo presenta una piattaforma inclinata di libri scritti dall’acqua del mare di Marco Godinho, belle e nere più del nero sono le foto di donne della sudafricana Zanele Muholi, attivista visiva che dà visibilità all’invisibile, coinvolgente l’installazione sonora dell’indiano Shilpa Gupta con 100 microfoni /altoparlanti e 100 lunghi chiodi che fanno da leggii dove sono infilzati canti scritti di poeti finiti in carcere, dal VII secolo ai nostri giorni, che risuonano nell’aria. Il padiglione dell’India, per festeggiare i 150 anni dalla nascita del Mahatma Gandhi, ha posto su di una lunga parete centinaia di paduka, sandali di legno, in un’installazione di G.R. Iranna che allude ad un’umanità in viaggio che porta con sé ideali di pace e di non violenza. Il cammino è metafora di meditazione, di crescita spirituale e di costante rinnovamento al quale siamo tutti chiamati. Se l’artista argentino Tomas Saraceno colpisce per l’impatto poetico delle sue opere che uniscono una squisita fruizione estetica all’approccio scientifico che invita all’approfondimento nelle “Nuvole” (e nelle sue “Ragnatele” ai Giardini), appena fuori dell’Arsenale, alla fermata Bacini, un segno di speranza forte e bello ci viene da “Building bridges” lunghe braccia bianche che si uniscono a costruire ponti e non muri (scultura di Lorenzo Quinn).

Il relitto del peschereccio libico che affondò portando in fondo al mare centinaia e centinaia (700? 1000?) di migranti, trasportato all’Arsenale (secondo un progetto di Cristoph Büchel), resta un orrido e terribile monito. Basta estrapolare il barcone dal contesto per renderlo un’installazione “Barca nostra”? Pur se riuscirà a provocare il pensiero di molti, è abbastanza per trasformarlo in opera d’arte? Chissà cosa avrebbe pensato Duchamp a tanto tempo di distanza e con significanti e significati così diversi! Per affrontare una tragedia umana con l’arte basta documentarla attraverso un oggetto che la rappresenta? Nella Chiesa della Pietà, sulla Riva degli Schiavoni, dopo tanti dubbi, mi sono imbattuta in una certezza: i teleri immensi e toccanti del bosniaco Safed Zec (e la musica di Vivaldi) fanno riflettere su come abbia ancora senso, oggi, fare arte figurativa che sappia spingere l’umanità a ergersi e a indignarsi contro la barbarie di odio e di guerra. Gli “Abbracci”, commossi e forti, insieme alla pittura, ardente di Zec, indicano una strada.

Ai Giardini entrare e uscire dai padiglioni è sempre un’esperienza, quest’anno troviamo qui alcuni degli stessi artisti visti all’Arsenale rappresentati da opere realizzate con tecniche differenti, ci imbattiamo in cancelli aggressivi che distruggono invece di proteggere (Shilpa Gupta), muri con filo spinato e proiettili della messicana Teresa Margolles, automi che narrano una storia ambigua e noir nel padiglione del Belgio, ritmi scatenati che danzano tensioni sociali, di razza, di genere (Wagner e de Burca) nel padiglione Brasile, strani esseri gravidi con pancioni di pietra (Cathy Wilkes) nel padiglione Gran Bretagna, gigantesche pietre sbalzate da profondità oceaniche a riva da tsunami (filmati di Motoyuki Shitamichi) nel padiglione Giappone, nell’installazione Discordo ergo sum dell’austriaca Renate Bertlmann con 312 rose rosse di vetro infilzate su lame acuminate d’acciaio nel cortile del padiglione Austria siglato con la scritta Amo ergo sum e che ci indottrina: Amare e discordare sono l’essenza del nostro essere al mondo.

Ha gettato scompiglio la presenza in laguna del misterioso street artist britannico Bansky con il graffito di un piccolo naufrago trovato su un muro sbrecciato a San Pantalon e con la performance che l’ha visto, pittore di piazza, tra gli ambulanti, cacciato dai vigili veneziani perché non aveva il permesso di esporre. Il suo puzzle di quadri, di dimensioni diverse, riproduceva l’impressionante impatto visivo delle grandi navi che transitano nel prezioso Bacino di San Marco. Con l’effetto di pachidermi in una bottega di vetri. E mai opera fu più profetica: qualche giorno dopo si è sfiorata la tragedia nel Canale della Giudecca con una grande nave che a San Basilio in Fondamenta delle Zattere ha speronato un’imbarcazione turistica ferma al molo e colpito la banchina! I rimorchiatori che la trainavano hanno perso il controllo.

In una città dove musei, palazzi, chiese, negozi, magazzini, tutti gli spazi che possono, ospitano mostre, in una Venezia che pullula di esposizioni e di gente in coda davanti agli ingressi in attesa di entrare, in una Venezia dove tutto è arte, molti luoghi diventano accessibili, abitati da lavori di artisti di tutto il mondo. Capita di entrare in magnifici palazzi con stucchi e specchiere che ospitano artisti contemporanei, privati (Günther Förg a Palazzo Contarini Polignac) o pubblici (Palazzo Grimani vede il rientro della collezione di statue classiche appartenuta al Patriarca di Aquileia Giovanni Grimani e la mostra di Helen Frankenthaler), di scoprire giardini odorosi di rose sul Canal Grande a pochi passi da Rialto (San Silvestro).

Jannis Kounellis

Il ‘fuori Biennale’ è ricchissimo, Se magnifica è la mostra di Kounellis, organizzata dalla Fondazione Prada nella sua sede di Ca’ Corner della Regina, è eccelsa e sorprendente la retrospettiva antologica di Burri “La pittura, irriducibile presenza” a cura di Bruno Corà ospitata dalla Fondazione Giorgio Cini.

Per finire questa carrellata di ‘Venezia Biennale e dintorni in pillole’, una goccia di bellezza: un uomo tutto d’oro che, in piedi su una scala, misura le nuvole in un giardino affacciato sul Canal Grande (Palazzo Balbi Valier). Una scultura (di Jan Fabre) già vista altre volte, ma non qua, che risuona, tra acqua e cielo, come una lirica dichiarazione: possiamo ancora concederci spazio per sognare. Anche schiacciati come sardine sul vaporetto n. 1 che porta all’Arsenale o ai Giardini. O alle destinazioni di ogni giorno.

 

Myriam Zerbi

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