Emilio Isgrò

La rimozione di un pensiero: quasi un diario degli errori

 

La stagione autunnale alla Fondazione Giorgio Cini è all’insegna delle cancellature di Emilio Isgrò. Fino al 24 novembre, le sale dell’Ala napoleonica, come per magia, si trasformano nel romanzo “Moby Dick” di Herman Melville o, meglio, in ciò che ne resta dopo l’intervento dell’artista. Con l’ausilio di pareti trasversali e diagonali, lo spazio espositivo si articola seguendo i caratteri di un libro ambientale che costituisce l’involucro in cui sono collocate opere dagli anni ‘60 a oggi. È affascinante pensare che un’antologica di questa portata venga realizzata proprio nella città che ha fruttato all’artista quattro partecipazioni alla Biennale di Venezia (1972, 1978, 1986, 1993) e che ha visto la genesi delle prime cancellature in quel lontano 1964. Ma cosa si nasconde dietro a questo gesto quotidiano? Le cancellature sono un simbolo presente nell’immaginario di ognuno di noi. A scuola, gli errori si dovevano coprire con “un solo tratto centrale”, così insegnava la maestra.

 

Lo spazio espositivo si articola seguendo i caratteri di un libro che costituisce l’involucro della mostra

 

La realtà è che venivano completamente ricoperti da segnacci scuri che, oltre a scavare un solco che lasciava traccia sulle cinque pagine seguenti, portavano in sé tutta la vergogna di aver sbagliato una doppia o una delle parole con il CQ tanto odiate da bambini. Ecco che la cancellatura significa la rimozione forzata di un pensiero, la volontà di omissione, uno sfogo che solo successivamente si decide di mantenere segreto, come in un diario personale o, in questo caso, in un diario degli errori. Ma la cancellatura può assumere anche il significato di spunta e indicare un obiettivo raggiunto, un alimento già inserito nel carrello della spesa, una cosa in meno da fare. Cancellare può infine equivalere a porre la parola fine. Cancellare un nome per dimenticarlo, ma al tempo stesso stamparlo nella memoria nella misura in cui si calca il foglio con la punta della penna. Per dirla con una formula cara ad Agnetti, come un “libro dimenticato a memoria”. Emilio Isgrò, con un gesto tanto semplice quanto culturalmente potente, ma che poteva provenire solamente da un pittore-poeta, fonda una nuova scrittura che si basa sulla grammatica dell’occulto. Un percorso ricco e dettagliato che porta la firma di Germano Celant e la collaborazione con l’Archivio Emilio Isgrò, l’artista, Intesa Sanpaolo e la Fondazione Cini.

 

Emilio Isgrò
Fondazione Giorgio Cini
Venezia
A cura di
Germano Celant
Fino al 24/11

Cesare Orler

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