Nelle sue sculture simulacri di dei sconosciuti

In principio Marcello Pietrantoni, classe 1934, è architetto, inventore-progettista che edifica strutture. Dopo aver attraversato anche i domini della pittura, con un tratto post informale che organizza colori in sistemi spaziali ha scelto di essere scultore. Se Archiostra, “architettura improbabile” del 1960, appare come interazione tra mondo interno del creatore ed estensione dell’io pensante che si solidifica nello spazio esterno, la sua scultura è anelito a una dimensione assoluta che si concreta nel simbolo e, nel tempo giusto, Kairos greco, trova motivo e ragion d’essere. Quando la matita di Pietrantoni esplorava i luoghi più profondi della sua psiche, in quel teatro senza attori pulsava l’attesa inquieta e inquietante di qualcosa che da quelle luci e ombre sarebbe emerso.

Opere generate da un vigore espressivo che non teme di mettere insieme serietà e sprazzi ludici

E fu il sogno cosmogonico e arcaizzante dell’architetto a modellare idoli di una nuova Genesi, contraendo, espandendo, pietrificando dalla natura inorganica della materia inerte forme che, dai regni minerale, vegetale, animale e delle umane creature, si staccano, sollevano, assemblano. L’artefice inventa figure ritrovando archetipi nelle pieghe della memoria, struttura personaggi imponenti che si mettono in marcia verso nuovi significati. Slanciati, rudi, assurdi, stridenti, portatori di ferite eppure immortali, escono dalle dinamiche di un inconscio soggettivo pronto a farsi esperienza collettiva, da “una terra senza luce sfiorata da confusi allarmi di lotta e di fuga dove eserciti ignari si urtano nella notte”. Generati da un vigore espressivo che non teme di mettere insieme la più grave serietà alla illuminante leggerezza di uno sprazzo ludico, come il tacco alto di Cristina dalla potente coscia tornita, sono cosmonauti o guerrieri, Primo Auriga, simulacri di deità sconosciute come Dichon, la stele, o la pingue Flor dal bestiale incedere pesante, o Sagrada, animale dal bel volto di donna. Appaiono spiazzanti nelle loro asimmetrie, portentosi mostri con teste che ruotano a guardarsi alle spalle come Crono, hanno gambe smisurate e una falcata prodigiosa come Bibrobravo. Sfidano le leggi di gravità come Turchino o come Lapis bianca sbilanciata nel vuoto o Mimo Repente dall’equilibrio precario. Nessuna olimpica serenità in queste intuizioni di esseri, immaginifici fondatori di mondi, nati da acceso linguaggio mitopoietico, ma hybris eroica che condivide la tremenda bellezza, oscura e sublime, che si sprigiona dal vuoto e dalla immensità, o dalle note gigantesche e poetiche di una terza sinfonia di Mahler.

 

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