Nike di Samotracia

Ti adoro, per 8 secondi

8 secondi. Solo 8 velocissimi secondi: il tempo massimo che un visitatore si concede davanti a un’opera d’arte. La notizia, divulgata dalla Tate Gallery di Londra, fa riflettere. Intanto, la durata della sosta corrisponde, come sostengono gli psicologi, alla stessa impiegata dal nostro inconscio a ogni nuovo incontro per stabilire se lo sconosciuto sia di nostro gradimento o meno. Dunque, guardiamo i quadri come guardiamo gli esseri umani, accontentandoci della classica prima impressione: bello/brutto, buono/non buono. 8 secondi e via, avanti il prossimo. Che ne è del colpo di fulmine, del rapimento estatico, dell’innamoramento? Nulla. Siamo di fretta. Ci sono tante opere da vedere, tanta gente nuova da conoscere. Magari, nella prossima sala, nella prossima mostra, nella prossima festa, nella prossima via, o nella prossima richiesta di amicizia su facebook c’è di meglio. Nelle successive meglio ancora. Apparissero Madonna, Sharon Stone, la Nike di Samotracia o la Venere di Botticelli (ognuno ha i suoi canoni emotivi ed estetici) verrebbero liquidate con la medesima rapida occhiata. Dall’alto in basso, da destra a sinistra, giù e su. Giusto 8 secondi per una adorazione fugace e andare, chissà che il futuro non riservi un batticuore più forte. Un secolo fa, il futurismo, sull’onda dell’euforia per la nascente civiltà della macchina, inneggiava alla velocità. 100 anni dopo – c’è da ammettere – ne siamo travolti. Tutto è fast: fast food, fast reading, fast love. E, di conseguenza, fast looking. Ogni nostra azione si deve svolgere celermente. Viviamo al ritmo di un click sulla tastiera del cellulare. Siamo diventati voraci. Non gustiamo una pietanza, o una lettura: le trangugiamo. Non vogliamo amare, ma collezionare amanti. Entriamo in un museo o in una galleria e vediamo senza guardare. Visitiamo la Biennale di Venezia, il Moma di New York. Voliamo da Basilea a Miami a Hong Kong per le fiere, ci ubriachiamo di immagini che non memorizziamo e torniamo a casa con il cervello in pappa, come dopo una nottata di bisbocce. Di questo passo, mi sa che rischiamo di morire giovani, ignoranti e soli. Abbiamo bisogno di darci una calmata, magari riscoprendo l’otium dei latini, il tempo che scorre lento, riordina la mente e accarezza l’anima. Sarebbe da tentare anche con l’”Ars amandi” di Ovidio, con “La lentezza” di Milan Kundera. E – perché no? – con lo slow looking proposto dalla Tate. Basta scegliere un dipinto e osservarlo attentamente, in ogni dettaglio, in diverse ore della giornata, con luci diverse. Mettersi vicino, poi distanti, camminarci davanti. Alla fine, anche se non sappiamo nulla dell’autore, è garantito: ci parlerà. E noi, forse, diventeremo un po’ meno nevrotici e un po’ più profondi. Ho deciso: vado, provo e riferisco.

Lorella Pagnucco Salvemini

 

Related Post