C’è uno spazio a Venezia, ai piedi del ponte dei pugni che da San Barnaba porta a Santa Margherita, dove è bello andare e dove è bello ritrovarsi: Imagina Café Art gallery, luogo che unisce il piacere di un momento conviviale per un caffè, una pausa pranzo o un aperitivo alla possibilità di godere di opere d’arte con mostre che cambiano ogni mese. Su quei muri transitano dipinti, incisioni, fotografie e il fruitore ha l’opportunità di ‘dimorare’ con le opere, vivendole per un tempo diverso da quello che richiede una visita ad una galleria d’arte e in un modo più intimo e confidenziale. Il mese di Febbraio è dedicato a “Arte strappata” di Luca Galessi. Nel guardare i manifesti strappati di Galessi il pensiero subito corre a Mimmo Rotella che, negli anni Cinquanta, ha inventato il nuovo linguaggio espressivo del décollage. Ma c’è una differenza fondamentale: mentre Rotella stacca dai muri le pubblicità affisse e, tagliando, cancellando, sovrapponendo, reinterpretando le immagini, ne incolla i frammenti lacerati sulla tela, secondo composizioni personali, facendo incontrare i suoi pensieri con le suggestioni provenienti dai poster stessi, Luca Galessi no. Galessi è fotografo, e per lui il manifesto è un object trouvé, è un elemento preso per strada con tutta la sua realtà predefinita, raccolto dal suo scatto e isolato dal contesto urbano dove si trovava. Le sue caratteristiche estetiche, decontestualizzate, acquisiscono diversa funzione. L’‘invenzione’ (etimologicamente da invenio: ritrovo) di Luca Galessi sta nell’averlo scoperto, scelto e fotografato. I cartelloni che il tempo ha consunto, la pioggia imprevedibilmente logorato o la mano di un passante divelto con gesto irrevocabile, hanno in sé una forza sorprendente, colori magnifici, e conservano tracce di figure, spesso icone della nostra contemporaneità (o della Storia dell’arte), che, cancellate in parte, enfatizzano il loro potere e divengono folgoranti comunicazioni visive. Il paradosso della sparizione ha una sua precisa valenza estetica: non fa che rinforzare la comunicazione dove apparentemente la nega.

Cos’è questa bellezza che occhieggia dai muri scrostati con linguaggio immediato, sensuale, dirompente? È il manifesto strappato un’opera d’arte corale? Chi ne è l’autore? Uno, nessuno, centomila? Di certo l’occhio del fotografo che ne ha fermato il processo di trasformazione, l’occhio di chi vede e fa vedere ciò che ad altri resta invisibile. Tutto senza posa scorre, ogni gesto umano, ogni capriccio atmosferico, ogni logica assurda del caso è stratificazione che si deposita sul terreno accidentato del tempo; i messaggi visivi proposti da Galessi trattengono orme di uomini, donne, miti, eroi, figure e materia, i lembi staccati lasciano scoperto l’intonaco sottostante e recto e verso assumono la stessa valenza. Sono lampi di visioni che sanno innescare una dinamica, suggestiva circolazione di idee e, con il loro potenziale creativo, generare, a sorpresa, attimi di pura contemplazione.

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