L’Arte smorta / Deludente e noiosa la Biennale di Macel

Lorella Pagnucco Salvemini – Direttore Responsabile di ARTEiNWorld

EDITORIALE / di Lorella Pagnucco Salvemini

Diciamo subito che la caratteristica principale della 57° Biennale internazionale d’arte di Venezia sta nell’indifferenza che suscita. Un’edizione né bella, né brutta, senza lode e senza infamia. Non è di destra, tantomeno di sinistra. Troppo politicamente corretta per accendere un’emozione, o stimolare un pensiero che vada oltre l’ovvio. Ci aspettavamo molto da Christine Macel, curatrice rampante, approdata in laguna direttamente da uno dei musei più à la page, quale il Centre Pompidou di Parigi: magari un pizzico della grandeur francese, qualche briciola di rigore cartesiano, una manciata di bagliori illuministi, qui e là l’apparizione di un guizzo rivoluzionario.

Nulla di tutto ciò. La sua megamostra risulta semplicemente, inesorabilmente, insopportabilmente noiosa. Girovaghiamo, soffocando sbadigli, per i Giardini, l’Arsenale e le Corderie, in cerca di qualche trasalimento, di qualche autore capace di stupire, coinvolgere, al limite inorridire, o perfino scandalizzare. Niente, a parte alcune eccezioni – ci mancherebbe che non ce ne fossero con 120 artisti in rassegna (la scenografica crudeltà di Roberto Cuoghi, per esempio). La manifestazione, come una signorinella dal volto scialbo e dal vestire sciatto, si fa dimenticare in fretta. Del resto, prevalgono – fra polvere, buchi neri, li di lana, cianfrusaglie varie – un odore di muffa e di aria stantia. Siamo – anzi, ci risiamo – all’estetica da rigattiere. Così, come da ogni bravo robivecchi che si rispetti, c’è posto un po’ per tutto: installazioni, lavori concettuali, figurativi, qualche video (capitato lì chissà come), qualche opera che vorrebbe provocare e, invece, non riesce a provocare nessuno (La grotta di Lourdes in versione luci rosse di Pauline Curnier Jardin).

Inoltre, è una biennale che a tratti risente della firma femminile, certo non femminista, della direttrice. Incontriamo artiste che, come vecchie zie, si mettono a confezionare libri di stoffa e a lavorare la carta all’uncinetto (le filippine Nunez e Rodriguez); o chi, come una nonna dall’antica sapienza contadina, propone l’Enciclopedia del pane (Maria Lai). Attività encomiabili, che tuttavia poco c’entrano con la biennale, tenuta per statuto a esporre le novità artistiche prodotte nel mondo nel corso degli ultimi due anni. E, dunque, che c’è di nuovo sotto il sole a nordest? – più precisamente, sotto la tediosa pioggerellina dei giorni del vernissage. Si racconta il nostro tempo con le tragedie delle guerre, delle migrazioni, dell’accoglienza, ma la narrazione non supera il livello della cronaca. Per questo, già bastano media e social.

Si ricorre a usurati passepartout, con i soliti proclami contro dollari, petrolio e colonialismo, si sprecano citazioni di Foucalt, Borges e Pasolini, verosimilmente facendoli rivoltare nelle proprie tombe.

“Viva Arte Viva” recita il titolo della manifestazione. Abbasso l’arte smorta è quanto viene dal cuore a visita conclusa.


MACEL’S UNSATISFYING AND BORING BIENNALE
Dull Art

EDITORIAL / by Lorella Pagnucco Salvemini

The most eye-catching feature of the 57th Venice International Art Exhibition is its incapacity to make the difference. This edition is neither beautiful nor ugly, it is without praise or blame. It is neither right- nor left-winged. It is too politically correct to kindle emotions or to provoke any thought other than the most obvious ones. We expected a lot more from Christine Macel, the enthusiast curator arrived to the lagoon straight from one of the most up- to-the-minute museums in the world – the Centre Pompidou in Paris. We hoped to see some French grandeur, some fragment of Cartesian logic, a handful of Enlightenment gleams and some revolutionary flair.

Nothing of the sort. Macel’s super- exhibition is simply, unavoidably, unbearably boring. We meander around the Giardini, the Arsenale and the Corderie, stifling yawns and longing for something to start at, some work able to astonish, involve, and even horrify or shock us. Of course, there are some exceptions – such as, for instance, Roberto Cuoghi’s scenographic cruelty – since the exhibition features 120 artists. Like a young woman with dull features and shabby clothes, this edition of the Biennale is easily forgotten. After all, among powder, black holes, wool threads and knick knacks, mold smell and stale air dominate. This is, once again, junkyard aesthetics. As though we were in the shop of an authentic second- hand dealer, we find a little bit of everything: installations, conceptual and figurative works, videos (cropping up nobody knows how), and works aimed at provoking but that, instead, provoke nobody (such as the red- light version of the Lourdes Cave by Pauline Curnier Jardin).

Moreover, this Biennale sometimes shows the curator’s strong female – and not feminist – influence. We meet with artists who, like old aunts, create books made of fabric and make crochet objects using paper (Nunez and Rodriguez, from the Philippines), or who, like a wise rural grandmother show the Enciclopedia del pane (Maria Lai). Commendable activities, but quite alien to the Biennale, being it traditionally bound to exhibit art novelties created over the last two years. So, is there anything new under the sun in the North East? Or, more in detail, under the boring drizzle falling during the vernissage? The Biennale describes a period of tragedies, wars, migrations, and hospitality, but in a way that is never too detached from mere record. However, the media and the social networks are already dealing with that. Artists resort to worn passepartouts, disapproving of dollars, oil and colonialism, wasting quotes from Foucault, Borges and Pasolini, probably making them turn in their graves.

“Viva Arte Viva” is the title of the exhibition. Down with dull art is what one thinks at the end of the visit.