Alina Ditot

3 i protagonisti della rassegna: Juan Alfonsin Grandi, Hemmes, Alina Ditot

Fino al 2 giugno 2019 è aperta Relazione Informale a cura di Francesco Mutti e Cesare Orler, con il contributo di Riccardo Bonfadini: questo quarto evento espositivo organizzato dal DAV di Soresina (CR) ha visto per la prima volta una collaborazione esterna, quella del Dipartimento con Cesare Orler, tra i più promettenti nel panorama italiano della critica d’arte contemporanea. Relazione Informale è un viaggio tra i meandri profondi e sconosciuti delle anime dei tre protagonisti, l’argentino Juan Alfonsin Grandi, l’italiano Hemmes e la rumena Alina Ditot.

Nonostante la profonda diversità che contraddistingue le opere dei tre artisti, il messaggio è chiaro: ognuno ha sentito il bisogno di esprimere le proprie emozioni, di dare un colore agli stati d’animo, di dare una forma – che sia stata segno pittorico, strappo, taglio o bruciatura – al proprio dolore.

“Per fare informale bisogna aver sofferto”: questa affermazione introduce l’essenza del progetto espositivo e, più in generale, rende comprensibile il valore di questa espressione. Un artista informale, infatti, persegue un intento auto-terapeutico che consiste nel concretizzare con un colore o con una forma la propria sofferenza per poterla esorcizzare e, dunque, allontanare. Crea così opere che, come sottolinea Orler, non possono e non devono essere considerate esteticamente belle, piacevoli o tecnicamente impeccabili perché, già per loro natura, sono estremamente istintive, senza una forma precisa e talvolta sgradevoli alla vista. Davanti a un lavoro informale non ci si deve quindi chiedere se piaccia o sia bello ma, piuttosto, interrogarsi su quali emozioni susciti, quali ricordi recuperi o semplicemente quali sensazioni si risveglino osservandola. Un’opera informale in qualche modo è proprietà di ciascuno di noi in quanto esseri umani che provano dolore, tristezza, solitudine, senso di distruzione o di smarrimento. In ciò risiede la forza di quest’arte, talvolta ritenuta difficile da apprezzare poiché non comprensibile a uno sguardo superficiale o addirittura inferiore ad altre per non accontentarsi di canoni o abitudini.

Il percorso espositivo si snoda attraverso tre sale. Nella prima incontriamo l’argentino Juan Alfonsin Grandi. Divise tra la più recente produzione e quella storica, emerge nelle sue opere un carattere segnico crudo, essenziale eppure descrittivo che rivela, sebbene in maniera primitiva e caotica, quelle forme concrete lascito di una tradizione figurativa tipica delle terre sudamericane. I colori predominanti sono il bianco, il nero e il grigio. Il lavoro più grande, ultimo per esecuzione, realizzato in Italia nell’anno appena trascorso, colpisce per le dimensioni e per l’allestimento fluttuante nell’aria, sospeso da fili al soffitto. Poi però è pittura vera: segni, macchie di colore e pennellate, non esiste più alcuna traccia di forme riconoscibili benché sia evidente una palese evoluzione emotiva che transita nell’agglomerato rosso centrale.

La seconda sala ha invece l’aspetto di un contenitore asettico: immerse in un luminoso e abbacinante biancore, le esplosive opere del livornese Hemmes. Nei suoi lavori il colore predomina la forma, e ogni presupposto è frutto dell’immaginazione di chi osserva. La sensazione è di smarrimento totale e assoluto. A destra un dittico sui toni dell’azzurro e, più in fondo, un trittico bianco con una ferita tagliente all’addome; sulla parete di fronte i toni del giallo e, a sinistra, il dolore incombente del trittico rosso. Istintivamente il fruitore è portato a dirigersi verso la parete dalla quale è più attratto: il colore si anima sugli strati di carta ammassata, incollata e poi violentemente mutilata. Per l’autore queste ultime rappresentano le vie d’uscita, una cura per la guarigione dal proprio dolore. Ogni tonalità è uno stato d’animo, ogni opera nasconde un momento cruciale della vita dell’artista a cui noi difficilmente avremo accesso se non nel momento in cui potremo riconoscervi qualcosa di nostro.

Nell’ultima sala, infine i lavori della rumena Alina Ditot. La sua arte è contraddistinta dalla presenza di tagli, buchi e lacerazioni inflitte aggressivamente alla tela a cui seguono vari tentativi di ricucire e cicatrizzare le ferite inferte. I segni della violenza rimangono visibili e l’artista procede stendendo ampie pennellate di colore stratificate (predominano il giallo e il nero, le terre e i grigi, i rossi stesi con un’intensità difficile da ignorare) che fissano, sempre verticalmente, l’emozione. Sono tele tormentate, testimoni di una sofferenza, di un dolore e di una frustrazione che l’artista, con un atto di generosità, restituisce in tutta la loro carica emotiva. La violenza riversata sulla tela e il vano tentativo di mascherarla sono per lei metafora della vita che supera un dolore ma non ne cancella mai totalmente il segno.

Veronica Mondoni

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